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Il business della detenzione dei migranti

56 milioni in tre anni. A tanto ammonta la cifra degli appalti di gestione dei Centri per il rimpatrio. Diventati un fulcro di affari per le multinazionali che gestiscono la detenzione dei migranti. Multinazionali che si occupano di carceri. Il report di Coalizione italiana Libertà diritti civili racconta e denuncia

rassegna stampa

Pubblichiamo questo articolo tratto da NIGRIZIA riguardo alle nuove politiche migratorie dell'Europa, basato sul report L’affar€ CPR. Il profitto sulla pelle delle persone migranti, di Coalizione italiana Libertà diritti civili (CILDI).



Rimpatriare. È questo infinito presente che guida le politiche europee in tema migratorio. Con sempre un’unica modalità: l’aumento degli investimenti e la privatizzazione della gestione di quella “detenzione informale o de facto, in cui le persone sono detenute al di fuori del quadro giuridico o attraverso una distorsione delle disposizioni legali esistenti, per brevi periodi di tempo e con lo scopo di deportarle il più velocemente possibile in un altro paese o dall’altra parte del confine”.

A raccontarlo un report, L’affar€ CPR. Il profitto sulla pelle delle persone migranti, di Coalizione italiana Libertà diritti civili (CILDI).

Un dossier di 190 pagine in cui si racconta come, solo nel triennio 2021-2023, sono stati previsti 56 milioni di euro per gli appalti che dovrebbero affidare la gestione dei 10 Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) a soggetti privati. Sempre più spesso grandi multinazionali che si occupano di detenzione.

Costi da cui però sono esclusi la manutenzione delle strutture e il personale di polizia. Che fanno quindi comprendere quale business giri attorno alla detenzione amministrativa, una filiera ogni anno sempre più remunerativa che attira la corsa di grandi realtà, sempre le stesse, che riescono a vincere appalti in varie parti d’Italia, spesso dandosi il cambio l’una con l’altra.

Quel che rimane evidente nel tempo è la prassi consolidata che vede oramai stabile la privatizzazione della gestione di questi centri di detenzione senza reato, leciti perché consentiti dalla legge come strumento di contenimento di chi è in attesa di un rimpatrio che, nella maggior parte dei casi, mai avviene. L’unica cosa certa che invece si ottiene è che da questa privazione della libertà personale legalizzata vi siano realtà che traggono profitto. Lucrano. Dando vita a luoghi di detenzione che risultano peggiori degli istituti penitenziari.

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