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Rojava: il grido dei dimenticati e il silenzio complice

Un’analisi cruda sul destino del popolo curdo, tradito dalle potenze mondiali dopo la lotta al terrorismo. Quando l'etica si arrende al peso degli interessi.

In un mondo che innalza slogan sui diritti umani e organizza conferenze internazionali in difesa dei valori umanitari, continua un silenzio inquietante di fronte ai crimini e alle violazioni sistematiche subite dai curdi nel Rojava. È come se il sangue delle vittime avesse meno valore. O come se la loro sofferenza non meritasse attenzione.

Il Rojava, che negli ultimi anni è stato un raro esempio di convivenza tra diverse componenti etniche e religiose, e un modello di resistenza contro il terrorismo a difesa dell’umanità intera, viene oggi lasciato al proprio destino. Bombardamenti, sfollamenti forzati, cambiamenti demografici e attacchi contro i civili sono violazioni documentate. Eppure, ricevono solo dichiarazioni timide o un silenzio totale da parte delle potenze internazionali e delle istituzioni che pretendono di difendere il diritto internazionale.

Il mondo ha dimenticato — o finge deliberatamente di dimenticare — i sacrifici del popolo curdo nella lotta contro il terrorismo. Ha dimenticato che i cimiteri curdi sono ormai più numerosi delle loro città. Ha dimenticato che le migliaia di martiri non sono caduti in guerre inutili, ma in una battaglia per la difesa dell’umanità intera. Ogni martire curdo è caduto in uno scontro diretto contro il terrorismo; non per una causa nazionalista ristretta, ma per fermare un pericolo che minacciava il mondo intero.

Ancora più dolorosa è questa paradossale contraddizione morale: i terroristi che i curdi hanno combattuto per conto del mondo intero, pagando un prezzo altissimo, sono diventati oggi detentori di potere e, in alcuni casi, di veri e propri “Stati” di fatto. Si sono trasformati progressivamente in partner politici e alleati di grandi potenze internazionali, in primo luogo degli Stati Uniti. Al contrario, i curdi — agli occhi di queste stesse potenze — sono passati dall’essere alleati nella guerra contro il terrorismo a una carta consumata. Ormai priva di utilità, una volta terminata la loro funzione.

Questa trasformazione sconvolgente rivela l’ipocrisia politica e i doppi standard che governano le relazioni internazionali. Il terrorismo non viene condannato perché è terrorismo, ma perché coincide o entra in conflitto con gli interessi politici. Quanto alla giustizia e ai diritti umani, essi vengono spesso usati come slogan selettivi: esibiti quando servono, ritirati quando diventano un peso.

Questo silenzio non può essere interpretato se non come una forma di complicità indiretta. Quando i crimini vengono commessi sotto gli occhi e le orecchie del mondo senza alcuna responsabilità, il silenzio diventa parte del crimine. E quando il carnefice viene premiato e chi ha sacrificato tutto viene emarginato, il diritto internazionale perde ogni significato morale.

Il silenzio su ciò che accade oggi nel Rojava non minaccia solo il popolo curdo. Colpisce il cuore stesso della giustizia internazionale e costruisce un mondo in cui la forza viene legittimata e i valori sepolti sotto le macerie degli interessi. Quando i martiri vengono ridotti a numeri e i sacrifici dimenticati, nessuno è più al sicuro.

La responsabilità di rompere questo silenzio non ricade solo sui politici, ma anche sui media, sugli intellettuali e su tutte le coscienze vive nel mondo. Perché la storia non perdona. E scriverà con chiarezza chi ha scelto di stare dalla parte della verità e chi ha preferito il silenzio quando la parola era un dovere morale, non una scelta.

 

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