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Razzismi – L’AUTOBUS

Venerdì pomeriggio, fermata del bus in via Mazzini, molta ressa per salire, altrettanta per scendere.

Aspetto che le persone scendano, tra loro anche donne, uomini e ragazzi stranieri.

Un uomo, che attende al mio fianco, dice a bassa voce, ma non abbastanza da non farsi sentire, in dialetto,“Negri di merda”.

Mi sale una vampata, ricaccio in gola gli insulti che istintivamente stavano per uscire dalla mia bocca, e mi rivolgo a lui, “Hanno diritto anche loro di prendere l’autobus”. Intanto saliamo sull’autobus, ci infiliamo in mezzo alla massa di persone, e l’uomo risponde, sempre in dialetto,“Io li ammazzerei tutti”. Di nuovo “no insulti Serena, stai calma” – penso – e mi esce un “Bene! Mi fa piacere!”, con intenzione e tono ironici e un volume più alto. Scuoto la testa meccanicamente.

Dentro inizio a disperarmi, fuori voglio farmi sentire. Nessuno reagisce né aggancia il mio sguardo che andava in cerca di alleati. Gli stranieri sull’autobus non battono ciglio, forse non si accorgono, non capiscono, forse sonoa-bi-tu-a-ti. L’uomo aggiunge, questa volta non in dialetto, con voce più incerta, “staremmo tutti più tranquilli”.

IMPLODO.

Lo guardo, mi da le spalle, avrà 70 anni, potrebbe essere mio padre. In quei pochi secondi che mi sembrano ore, mentre un paio di signore africane si fanno largo tra le persone per scendere, lo affiancano e lo sfiorano,vorrei guardarlo negli occhi. Non si sente tranquillo, odia i Negri perché evidentemente li ritiene responsabili, vorrebbe dunque ammazzarli tutti.

Com’è possibile?Mi vergogno. Non riesco a dire più nulla, non trovo le parole per chiedergli il perché, non ho la forza di rispondere in modo pacato, lucido, razionale.

Mio padre lo incontro poco dopo. Gli racconto e prima che io gli descriva l’uomo dell’autobus mi anticipa, “avrà avuto la mia età”. “Si babbo”. “Lo immaginavo.Noi non capiamo, non siamo abituati, non ci arriviamo“. Pronuncia queste parole senza alcuna indulgenza, certamente con rammarico e delusione.

Qualche giorno dopo, con la Lega al 38 % nella nostra Provincia, continuo a pensare all’uomo dell’autobus e alle parole di mio padre.

E allora mi chiedo e vi chiedo: come possiamo farci ascoltare e capire? come possiamo disinnescare questi messaggi?

Servono nuove idee, nuove parole e nuove gesti ma anche la responsabilità di comprendere innanzitutto le radici dei sillogismi dell’odio e del razzismo. Ma dobbiamo farlo ora, domani sarà già troppo tardi.

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