I percorsi di integrazione dei rifugiati – basandosi su una autonomia economica e alloggiativa che l’attuale situazione socio-economica generale rende problematica – necessitano di tempi e servizi ulteriori all’accoglienza istituzionale. Altrimenti si rischia una marginalità in uscita dall’accoglienza con le relative problematiche sociali e personali (dei singoli rifugiati ma anche delle comunità).

Per questo crediamo vadano sperimentate nuove forme e pratiche di accoglienza, di comunicazione e di interazione tra richiedenti asilo/rifugiati e società ospitante, focalizzando innanzitutto l’attenzione sulla qualità dei rapporti sociali in cui un rifugiato è inserito e la sua capacità di muoversi in modo autonomo nella società al di fuori della strettoia costituita dal binomio assistenza/abbandono.

La capillarità della rete dei presidi territoriali realizzata nel territorio provinciale negli ultimi 15 anni attraverso un sempre più stretto raccordo tra servizi sociali, sanitari, socio-giuridici e di accoglienza garantisce una rete accessibile ed equa che sta dimostrandosi in grado di tenuta di regimi di qualità anche con numeri crescenti. Tuttavia queste rete che comprende terzo settore ed istituzioni (Ciac, Comuni, Ausl, Azienda ospedaliera etc), appare ancora fortemente legata ad una relazione di aiuto tradizionale.

Una maggiore compenetrazione tra risposte istituzionali e risorse informali è da molti considerata la chiave per ripensare il sistema di welfare di soli servizi in un sistema di welfare di comunità, in cui il tema delle relazioni sociali solidali e mutualistiche è centrale per superare lo scarto – visibile nei percorsi di accoglienza – tra adattamento passivo e sviluppo di soggettive progettualità di vita.

Ma per sperimentare nuovi livelli di partecipazione sociale e comunitaria occorre progressivamente ridurre l’impatto di “barriere architettoniche” spesso invisibili ma pure attive: lingua, burocrazia, vincoli procedurali, categorizzazione dei bisogni e delle risposte, attese implicite sul comportamento e la comunicazione, scarsa sensibilità alle differenze culturali.

Al fine di superare queste barriere, CIAC – nel contesto del progetto FAMI “Àncora: Progetto sperimentale di comunità a supporto dell’autonomia dei titolari di protezione internazionale” –  ha pensato di sperimentare la figura del tutor territoriale dell’integrazione: un soggetto collettivo (associazioni e cooperative sociali in primo luogo) o individuale, che “adotta” un percorso di integrazione sociale, mettendo a disposizione le proprie competenze relazionali e\o professionali attraverso un rapporto progressivamente più stretto con il rifugiato.

Grazie al progetto FAMI “Àncora” e al raccordo con la rete inter-istituzionale dei servizi per l’asilo, CIAC può mettere a disposizione servizi concreti per i rifugiati che stanno costruendo il proprio percorso di autonomia in uscita dall’accoglienza. Tali servizi, erogati attraverso un Piano Individualizzato di Integrazione Territoriale, si completano con l’affiancamento di una figura di tutor che attiva la propria presenza e le proprie reti sociali durante tutto lo sviluppo del Piano individualizzato, al fine di facilitare il raggiungimento di una maggiore autonomia emotiva, relazionale e sociale.

Si può offrire sin d’ora la propria disponibilità a diventare tutor compilando questo form on line. Ai tutor viene offerto, insieme al continuo supporto e raccordo con CIAC, un percorso formativo di 15 ore (inizio: 6 novembre 2017).

 

Quali sono gli obiettivi comuni della relazione tra tutor e rifugiato?

La relazione tra tutor territoriale dell’integrazione e rifugiato non è una relazione di aiuto come quella tra operatore e utente. Ha invece le seguenti finalità:

  1. promuovere attraverso la prossimità uno scambio interculturale significativo per entrambe le parti;
  2. garantire un sostegno anche emotivo in una fase di transizione delicata attraverso una relazione interpersonale significativa;
  3. facilitare la conoscenza e la comprensione del territorio e delle sue dinamiche sociali, politiche, economiche;
  4. garantire un supporto sociale pratico sugli aspetti dell’autonomia ed un riferimento relazionale in caso di bisogno;
  5. esprimere, valorizzare e socializzare in contesti partecipativi la presenza del beneficiario e delle sue specifiche caratteristiche, attitudini e capacità;
  6. consolidare legami significativi, progressivamente sempre più reciproci e simmetrici.

 

In che cosa può impegnarsi un tutor?

Nel sostegno emotivo e relazionale del rifugiato, per esempio:

  • invitare ad eventi, iniziative culturali, incontri associativi, occasioni ludiche o riunioni familiari proprie del tutor;
  • garantire almeno un contatto telefonico settimanale ed almeno un incontro mensile per il tempo di durata del progetto;
  • raccontare e guidare alla scoperta di luoghi, persone e storie significative per il tutor;
  • proporre ed organizzare momenti di convivialità, uscite sul territorio, gite e altri momenti di socialità.

Nel supporto sociale pratico del rifugiato, per esempio:

  • apprendimento lingua italiana (conversazione);
  • accompagnamento alla ricerca di soluzioni abitative in autonomia;
  • supporto nel superamento degli esami di teoria e pratica della patente;
  • supporto nella lettura e nella comprensione di documenti burocratici e finanziari (es. conto corrente, contratti telefonici e di altre utenze, contratti di lavoro);
  • aiuto concerto nella conciliazione casa-lavoro (trasporti, baby sitting etc).

 

In che cosa può impegnarsi il rifugiato?

  • aggiornare i tutor tempestivamente su cambiamenti della propria situazione in Italia (lavoro, salute, decisioni etc);
  • esprimere gusti e preferenze personali;
  • proporre attività e iniziative da fare insieme;
  • garantire almeno un contatto telefonico settimanale ed almeno un incontro mensile per il tempo di durata del progetto;
  • raccontare e guidare alla scoperta di luoghi, persone e storie significative per il beneficiario.

 

Quali sono le fasi di attivazione del percorso di tutoraggio?

  • Segnalazione della disponibilità a CIAC;
  • Primo colloquio di conoscenza;
  • Partecipazione alla proposta formativa;
  • Presentazione del rifugiato al tutor;
  • Avvio del tutoraggio per l’integrazione;
  • Momenti di confronto e monitoraggio con CIAC.