“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Era il 1948 quando venne promulgata la Costituzione della neonata Repubblica italiana. E l’articolo relativo all’asilo che i padri costituenti vollero fortemente inserire al suo interno rappresenta uno dei picchi più elevati a livello internazionale in termini di portata e di contenuto della protezione, offrendo una definizione più inclusiva persino della Convenzione di Ginevra del 1951 e dei tanti testi nazionali e regionali che da allora si sono succeduti. Eppure non si può dire che l’Italia del dopoguerra fosse più ricca dell’Italia di oggi. Non si può dire che la popolazione fosse naturalmente più incline all’apertura e alla solidarietà, dopo anni di morte e distruzione, oltreché di contrapposizioni interne.

Crediamo sia opportuno richiamare questa genesi dell’asilo in Italia in un momento in cui la crisi economica, ma prima ancora la scarsa tenuta del tessuto sociale, interroga la nostra capacità di dimostrarci accoglienti e fedeli ai principi che l’Italia, insieme a molti altri paesi, si sono dati come fondamento del proprio vivere insieme.

I dati relativi al 2013 (ultimo anno di cui sono disponibili a livello globale) riportavano un numero record di migranti forzati: 51,2 milioni di persone sfollate contro la loro volontà. E secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nel 2014 il trend è stato ulteriormente in crescita. Ma queste persone rimangono per l’86% nei paesi del sud del mondo.

In proporzione alla propria popolazione ad esempio, il Libano e la Giordania ospitano il maggior numero di rifugiati (se in Italia ci fossero tanti rifugiati in rapporto alla popolazione quanti ce ne sono ora in Libano ne accoglieremmo più di 16 milioni), mentre in proporzione all’economia gli oneri sostenuti dall’Etiopia e dal Pakistan sono i maggiori. E anche a livello europeo – nonostante gli arrivi via mare pongano sicuramente l’Italia sotto maggiore pressione rispetto ad altri paesi – sono i paesi del nord Europa ad ospitare ancora oggi il maggior numero di rifugiati, sia in termini assoluti che in termini relativi.

In questo contesto le polemiche relative alla presenza sul territorio provinciale di persone genericamente definite come “profughi” meritano di essere contestualizzate e ridimensionate. In Italia esiste da più di dieci anni un sistema istituzionale di accoglienza e protezione di richiedenti asilo e rifugiati (lo SPRAR), ovvero di persone che avviano la procedura di riconoscimento dello status di rifugiato e che – in seguito all’avvenuto riconoscimento – possono avviare un percorso di ulteriore integrazione nella società italiana. L’Italia, al pari degli altri paesi europei, è tenuta a garantire accoglienza secondo adeguati standard qualitativi e a non lasciare nessun richiedente asilo per strada, senza assistenza e tutela.

E nessun richiedente asilo riceve direttamente 30 o 35 euro. Queste cifre riguardano eventualmente il costo complessivo dell’accoglienza, comprensivo dei costi di affitto, dell’impiego di operatori, di erogazione di servizi, che contribuiscono quindi all’economia del territorio. Piuttosto riteniamo opportuno che vi siano adeguati controlli: troppe le segnalazioni di inadeguatezze e mancanze, oltre che di standard minimi non rispettati. Perché è da contrastare ogni forma di speculazione sul bisogno delle persone.

Certamente il sistema nazionale non si è sempre rivelato adeguato e la pressione fornita dall’arrivo via mare di 170.000 persone nel corso del 2014 non ha facilitato la situazione. Ma se una critica può essere mossa riguarda la difficoltà a costruire un sistema unitario, coerente ed equo, laddove esistono invece – anche nello stesso territorio – progetti che afferiscono allo SPRAR e progetti di accoglienza sorti attraverso altri canali, per così dire emergenziali, come le recenti convenzioni proposte dalla Prefettura su diretta indicazione ministeriale.

A Parma e provincia siamo in molti a lavorare per ricondurre a unità questo sistema e per innalzare il livello della qualità dei servizi rivolti a richiedenti asilo e rifugiati. Quando questo accade, tutti ne traggono beneficio, anche i cittadini italiani. In realtà laddove esistono servizi e garanzie per le fasce più deboli e rischio della popolazione (siano essi stranieri o italiani), gli standard e i servizi sono migliori per tutti. Questo avviene soprattutto se la sinergia tra pubblico e privato sociale promuove sperimentazioni all’interno dei servizi, uscendo dalla logica dei “mondi paralleli” e riverberandosi in maggiore qualità per tutti i cittadini.

Quando per esempio World in progress, una cooperativa di rifugiati (per altro sorta grazie a un fondo europeo), offre un servizio di segretariato sociale culture oriented all’interno dei CUP e delle Case della salute, i primi destinatari sono certamente i cittadini stranieri che ricevono orientamento e informazioni, integrandosi in modo più efficace nel sistema locale dei servizi. Ma ne traggono beneficio anche i tanti cittadini italiani, soprattutto anziani, che sono altrettanto disorientati di fronte alla selva burocratica e amministrativa dei nostri servizi.

Per questo siamo convinti che la presenza nel nostro territorio di richiedenti asilo e rifugiati, oltre che dei molti cittadini di origine straniera ormai parte integrante delle nostre comunità, rappresenti in realtà un’opportunità per qualificare e rilanciare proprio quel welfare in crisi, e non necessariamente per gravare ulteriormente su di esso. La sfida di riattualizzare i principi della nostra Costituzione ci riguarda tutti, tutti insieme.

[una versione ridotta di questo articolo è comparsa sul settimanale Vita Nuova del 06/03/0215 scarica qui l’articolo]