Il Piano di integrazione è stato presentato da Minniti, e deriva da un lungo lavoro di stesura e revisione (atteso per anni). Infatti a partire dal decreto legislativo 18/2014 era stata fissata la necessità che il Tavolo di Coordinamento Nazionale predisponesse ogni due anni un Piano nazionale degli interventi volti a favorire l’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale.

Immediatamente salta agli occhi che dal Piano sono stati esclusi i titolari di protezione umanitaria che condividono le strutture di accoglienza, i progetti, siano essi CAS oppure SPRAR, e soprattutto la titolarità a rimanere sul territorio nazionale italiano. Tale differenziazione è spiegata nell’introduzione del Piano ed è riconducibile alla condizione imperativa di fuga che contraddistingue i primi dai secondi e dalla conseguente necessità di avvalersi della protezione di uno stato terzo.

In ogni caso il Piano stesso esplicita (per fortuna) che la strada che si vuole percorrere mira a individuare linee di intervento che valgano per tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.

In estrema sintesi gli obiettivi che sono stati individuati sono: promuovere la convivenza con i cittadini italiani “nel rispetto dei valori costituzionali e con il reciproco impegno a partecipare all’economia, alla vita sociale e alla cultura dell’Italia; concorrere al raggiungimento dell’autonomia personale; ottimizzare le risorse economiche per evitare la duplicazione e superare la settorialità della programmazione degli interventi”.

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