Cosa uniscono le lotte di Mario Tommasini per la chiusura dell’ospedale di Colorno degli anni ‘70 e ‘80 con l’accoglienza integrata e diffusa dei migranti di oggi? Cosa mette insieme la battaglia per i “matti” e quella per gli stranieri? Come può essere attualizzata la straordinaria esperienza che ha portato alla legge 180 e le complessità dell’integrazione di chi fugge dal proprio paese in cerca di una vita migliore?

La presentazione del libro “Dovevamo provarci, Parma e la malattia mentale: dal manicomio ai servizio psichiatrici territoriali” organizzata da Ciac in collaborazione con Progetto Itaca, Fondazione Mario Tommasini con il sostegno del Siproimi e il patrocinio del Comune di Parma, ha provato a rispondere a queste domande, mettendo a confronto due mondi, molto più simili di quello che si possa pensare. Il libro, infatti, racconta la storia dell’ospedale psichiatrico di Colorno e della comunità che riuscì a chiuderlo, ed ha molto da insegnare a chi oggi si occupa dei percorsi di integrazione dei migranti, oggi considerati diversi ed estranei come i malati psichici di ieiri.  

Gli autori del libro (Valerio Cervetti, Ilaria Gandolfi e Paola Gennari) hanno dialogato con l’etnopsichiatra Marco Trevia e con Giovanni Rovina di Ciac. Presente all’appuntamento anche Laura Rossi assessore al Welfare del Comune di Parma che ha voluto sottolineare come “la memoria sia da attualizzare in un contesto giuridico oggi impraticabile”.  

Ad introdurre la serata sono stati Marcella Saccani, vicepresidente della Fondazione Toscanini, e Emilio Rossi, presidente di Ciac. “L’inclusione dei più fragili – ha detto Saccani – è una sfida attuale, dobbiamo ripensarci come comunità accogliente attorno ai diritti di tutti anche in un periodo non semplice come quello che stiamo vivendo. Ciac ha raccolto il testimone della battaglia di Colorno, dandone corpo e gambe nell’operare quotidianamente con i migranti e con gli italiani”. Rossi ha voluto porre l’attenzione sulle similitudini tra l’esclusione allora riservata ai malati e quella che oggi vive chi migra. “Il libro – ha spiegato Rossi – spiega bene una esperienza attualissima: le dinamiche dell’esclusione, della stigmatizzazione, della marginalizzazione sono le stesse che di oggi. Per questo è importante studiare quell’esperienza per capire come affrontarle e risolverle”.

Dall’incontro è emerso l’importanza della centralità delle persone, non solo di quelle direttamente coinvolte in queste situazioni ma di tutto la comunità che ci sta attorno. Dall’esperienza di Colorno è chiaro che solo una responsabilità condivisa, l’affrontare i cambiamenti insieme permette di portare un cambiamento vero e profondo. Ilaria Gandolfi, nel libro, ha intervistato tanti protagonisti di quell’epoca da cui emerge in maniera chiara questa dinamica. “Mi piace citare – ha spiegato Gandolfi al pubblico – l’intervista a Maria Bocchi, assessore e partigiana che racconta molto precisa che cosa avvenne: ‘In quei momenti ci ha agevolato che l’opinione pubblica si occupasse: nulla sarebbe successo se non si fosse mossa tutta la città’”.

Valerio Cervetti ha analizzato la vicenda dell’ospedale psichiatrico da un punto di vista storico. “Il nostro territorio – ha sottolineato – è stato protagonista di una vicenda esemplare e straordinaria che va studiata a fondo per capire quanto può insegnarci sull’oggi. C’è una storia che può aiutarci molto a capire come affrontare le dinamiche attuali: Tommasini voleva assumere degli infermieri per gestire meglio l’ospedale di Colorno, ma il prefetto lo aveva impedito. In risposta era partito un movimento popolare che, con manifestazioni e varie iniziative, era riuscito a ribaltare la decisione. Ecco questo episodio ci dice quanto sia importante, ieri come oggi, l’impegno comune per cambiare le cose”.

Uno sguardo diverso lo ha dato l’etnopsichiatra Trevia che ha parlato dello stigma rispetto al diverso. “Il lavoro di cura del diverso – ha detto – è molto complesso perché la società tende ad allontanare chi non ne fa parte, che siano matti o migranti non cambia molto. Il tutto si basa sulla paura che spinge alla marginalizzazione, al lasciare fuori. Questo avviene quando non si riesce a cambiare il punto di vista, bisogna spingerle a guardare le cose da un’altra angolazione. Questo cambiamento è avvenuto nella vicenda degli ospedali psichiatrici, grazie all’impegno di tanti. Ora la sfida è che si riesca a cambiare la situazione anche verso i migranti”.