“Sono Valentina e rappresento oggi l’Associazione Pozzo di Sicar. Il Pozzo è una casa che dal 1993 accoglie donne migranti e promuove iniziative di scambio interculturale. Il nostro spirito, fin dai primi anni della nostra attività, è quello di vedere le persone che arrivano in Italia come una ricchezza dal punto di vista umano, culturale, e relazionale. Il nostro obiettivo principale è quello di accompagnare le donne che vivono con noi verso l’autonomia e la realizzazione individuale, attraverso la condivisione di momenti insieme e il sostegno in percorsi di studio e lavoro. La nostra esperienza negli ultimi 25 anni ci insegna che accogliere le persone nel rispetto e nella fiducia, lavorare con loro per costruire un percorso condiviso, affrontare insieme le sfide della quotidianità, sono la chiave per realizzare progetti di integrazione.

Per questo il decreto Salvini colpisce al cuore il nostro lavoro. È infatti un decreto in un sol colpo distrugge anni di passi fatti verso la costruzione di percorsi di integrazione che funzionano. È un decreto che mira a rendere la vita di chi arriva più difficile, meno dignitosa, meno equa. È un decreto che promette più sicurezza, ma genera più illegalità.

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In questa occasione pubblica di confronto, ci sembra importante dare voce alle donne che in questo momento vivono al Pozzo. Pensiamo infatti che le loro parole rispetto al decreto, più di tutte le altre, dovrebbero guidare la nostra riflessione:

“Non avere i documenti, o perdere i documenti, significa vivere nell’illegalità. I documenti sono invece la strada verso l’integrazione. Dobbiamo pensare ai migranti come a persone, con una famiglia, dei figli, persone il cui futuro e i cui progetti vengono distrutti da questa legge”

“Non vogliamo questa legge, questa legge ci colpisce, ci toglie i documenti e la possibilità di vivere in Italia lavorando e vivendo normalmente qui, ci costringe a tornare in Nigeria da cui siamo scappate.”

“Per arrivare in Europa rischiamo la vita attraverso il Mediterraneo, quando arriviamo dobbiamo aspettare mesi, a volte anni, per essere sottoposti al giudizio della Commissione che determina il nostro diritto ad avere un permesso, e la sua durata. È un percorso serio e preciso che viene condotto caso per caso, la situazione di ogni persona viene ascoltata e sulla base di questo viene presa una decisione. Perché quindi sopprimere il permesso umanitario? Perché togliere i documenti a chi già li ha? Cosa penserebbe Salvini se facessero questo a tutti gli italiani che risiedono all’estero?”

“Siamo al Pozzo di Sicar per migliorare le nostre vite, per avere l’opportunità di una vita migliore, per non tornare sulla strada. Abbiamo lasciato la Nigeria perché volevamo migliorare la nostra vita, perché rendere la nostra famiglia orgogliosa di noi, per cercare protezione. Ho sentito spesso dire dalla gente che i nigeriani non sanno lavorare, che sanno solo vendere droga e prostituirsi. Noi vogliamo provare il contrario, vogliamo dimostrare che sappiamo lavorare onestamente come tutti. Vogliamo avere l’opportunità di dimostrare a tutti che non è così. Questa legge ci colpisce perché senza documenti non possiamo lavorare, non possiamo andare a scuola, ci costringe a tornare indietro, sulla strada o nel nostro paese. Sappiamo di non essere a casa nostra, e vogliamo rispettare le leggi dell’Italia, ma questa legge rende impossibile per noi inserirci qui. Dateci l’opportunità di cambiare la percezione che le persone hanno di noi. Molti di noi hanno figli e famiglia in Nigeria, è già difficile vivere qui da sole senza di loro e questa legge lo rende impossibile”

“Vogliamo gli stessi diritti delle altre persone, non vogliamo essere discriminati, vogliamo poter vivere come tutti gli altri italiani”

“Vogliamo la pace, non vogliamo problemi, se i nostri documenti sono scaduti vogliamo la possibilità di rinnovarli, senza documenti non ci resta nulla da fare se non tornare a prostituirci. Con i documenti possiamo vivere in pace e lavorare come tutti. Se nel nostro paese fossimo state bene non saremmo mai venute qui da sole, rischiando la vita.”

“Grazie per averci accettato quando siamo arrivate in Italia, non abbandonateci ora. Non è stato facile per noi lasciare il nostro paese e arrivare in questa terra straniera, siamo partite perché a casa nostra non stavamo bene. Non siamo morte in mare, ci avete salvato. Ora non dobbiamo essere noi a pagare per i crimini che altre persone hanno commesso. Come possiamo vivere qui senza documenti, senza un lavoro? Vi chiediamo di avere pietà, di avere misericordia, di vedere le nostre lacrime, di vedere il viaggio che abbiamo fatto in mare per venire qui. Con i documenti noi siamo pronte a lavorare, non siamo pigre, vogliamo avere l’opportunità di avere una vita migliore, di essere persone migliori. A casa abbiamo lasciato la nostra famiglia, i nostri figli, non possiamo sopravvivere se saremo costrette a tornare là. Quando mi sono messa in viaggio e quando sono arrivata ho trovato una realtà molto diversa da quella che mi aspettavo, è stato l’inferno, in Libia sono stata in prigione, mi hanno picchiato e violentato, pensavo di non sopravvivere. Poi con il tempo ho trovato il modo di rialzarmi, di lavorare e costruire la mia vita qui passo dopo passo. Non posso perdere tutto adesso.”

“Sono contraria alla nuova legge perché sono già stata in Commissione e ho avuto il permesso di soggiorno umanitario per due anni. Ora con la nuova legge rischio di non poterlo rinnovare. Senza permesso non potrò lavorare, continuare la mia scuola, sarò costretta a lasciare l’Italia perché vivo qui da sola, senza famiglia e non ho nessuno che mi sostiene. Al Pozzo ho incontrato persone che si prendono cura di me e dei miei bisogni, senza documenti non avrei potuto avere accesso a questo percorso. Ho molta paura perché non so quale sarà il prossimo passo se questa legge viene approvata” .

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