Pubblichiamo un Instant report sulla giornata di sabato 15 “L’Asilo rEsiste” in cui, insieme alla rete nazionale Europasilo, abbiamo organizzato una call for action per provare a costruire strategie condivise su diversi temi. 

Oltre duecento partecipanti si sono confrontati sul dopo decreto Salvini, in quattro tavoli relativi a:
LIBERTA’ DI MOVIMENTO – Che fare se le frontiere sono sempre più chiuse?
GARANZIA DEI DIRITTI – Quale protezione nel nuovo scenario?
DIFENDERE L’ACCOGLIENZA – Come tutelare gli esclusi? Quale rapporto Cas-Sprar?
LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE – Come divulgare una diversa narrazione sulle migrazioni?

Ecco in sintesi quanto è emerso.

LIBERTA’ DI MOVIMENTO 
Che fare se le frontiere 
sono sempre più chiuse?

INTRODUZIONE

Non ha senso difendere il diritto d’asilo in patria senza battersi per rendere possibile ai migranti l’ingresso sicuro in Europa. Gli arrivi sono già drasticamente calati negli ultimi due anni e ciò rappresenta un vanto per l’attuale governo.

Come EuropAsilo consideriamo cruciale riaprire un tavolo di discussione sulle politiche migratorie e sulle relazioni con i paesi di origine e di transito. Come promuovere e ampliare le vie legali di accesso? I corridoi umanitari, il resettlement, il ricongiungimento sono pratiche già percorse, anche se di portata limitata.

Quali strumenti possiamo mettere in campo per ampliarle e migliorarle? Possiamo immaginarne delle altre? Quali azioni concrete e dimostrative per “abbattere i muri” e sfidare le frontiere? Come costruire alleanze e forme di collaborazione con chi opera nei paesi di transito (ong, organizzazioni internazionali, osservatori per i diritti)? Quali forme di solidarietà internazionale siamo in grado di promuovere e/o sostenere?

È importante accendere i riflettori su ciò che succede ai confini europei ma anche ai nostri confini. Riflettere su come si entra legalmente in Italia, sul soccorso ai confini e quanto viene ostacolato dallo Stato.

Uno degli elementi importanti che potrebbe diventare uno strumento utile è la proposta del Visto Umanitario Europeo, anche la campagna Welcoming Europe e i corridoi umanitari possono risultare efficaci. L’Europa non ha una politica organica sull’immigrazione, tenta di avere una politica sulla protezione e sull’asilo ma con scarso successo. Negli ultimi due anni, con l’attivazione delle ONG (senza nessuna formazione specifica sul salvataggio in mare) nel Mediterraneo, con l’effetto della chiusura delle frontiere statali, i canali d’ingresso…

Ci sono più di 40.000 persone bloccate in Grecia, dopo aver percorso la rotta balcanica. Si cambiano le rotte, non si possono chiudere i canali d’ingresso in Europa. La gente entra comunque in una situazione di vulnerabilità e di ricattabilità, andando a finire in contesti lavorativi di sfruttamento. A Trieste si sta pensando di creare una rete di sostegno ai confini del Nord Italia per provare a risolvere la situazione dei migranti bloccati. Come ci poniamo di fronte alle frontiere? Ogni frontiera ha la sua specificità da affrontare. Come si può raccontare come arrivano le persone e come vengono gestite alle frontiere? Se non si raccontano queste vicende non si conosce le situazioni critiche e difficili in cui vivono le persone. Il regolamento Schengen prevede la sospensione nel momento di grave emergenza.

In particolare i confini sottoposti alla discussione saranno quelli di Ventimiglia, della Grecia, della Serbia, in base alle esperienze e dei soggetti presenti al tavolo.

INTERVENTI DEI PARTECIPANTI

Giulio Zeriali, ICS

Rintracciare le tracce gps delle persone che passano le frontiere, stanno raccogliendo questi dati per condividerli. Raccolta testimonianze per diffondere ciò che accade ai confini.

Giulia Virdis, avvocato di MSF

Importante soffermarsi su quanto accade ai confini con la Francia, in cui le persone non riescono a passare perché ha sospeso il Trattato di Schengen dal 2015. 

Balasso Marta, Coop. Olinda

Se non siamo in una città di frontiera come possiamo muoverci? Ho la percezione della frontiera solo quando arrivano delle persone in questura. Uno strumento di frontiera locale è quello di dotarci degli strumenti di monitoraggio e di comunicazione nelle città, nel caso in cui le questure si oppongano alla formalizzazione della domanda di asilo (C3), di comunicarcelo a vicenda.

Gianluca Nigro, ICS

Chi non è geograficamente alle frontiere cosa può fare? La costante comunicazione fra le associazioni può essere veramente uno strumento di raccolta delle informazioni. Il mancato accesso alla procedura per la richiesta di asilo definisce una frontiera in tutta Italia. La frontiera può essere anche non geografica. Utilizzare europasilo come uno strumento per lo scambio di comunicazioni per avere una visione complessiva della situazione può essere una soluzione.

Fabrizio Statello, coop. Ippogrifo

Non opero nemmeno io in frontiera, lavoro a Piacenza. A livello micro, vivo come frontiera i ragazzi e le ragazze che trovano lavoro fuori provincia e molti hanno richiesto di trasferirsi per una settimana per essere più agevolati per frequentare il lavoro ma la prefettura non lo permette. La prefettura non concede permessi, vuole sempre più controllare le persone. Una rete, un network dove vengano condivise buone prassi, azioni e modalità operative vanno condivise.

Sodji Ahlin, coop. Sociale Jobel

Sono entrato in Italia con il visto. Ma i ragazzi che vengono dal Mali spendono molti soldi per venire in Italia. Se le vostre ambasciate in Africa rilasciassero i visti di viaggio ai ragazzi darebbero l’opportunità di viaggiare liberamente. Ero in pullman con un titolare di protezione sussidiaria con il titolo di viaggio e il permesso di soggiorno che al confine tra la Francia e Bardonecchia, un poliziotto fa scendere questo ragazzo perché non voleva farlo passare in Francia perché non aveva il biglietto di ritorno e l’ha mandato indietro in Italia.

Fogliata Stefano, ADL a Zavidovici – Università di Bergamo

Se davvero volessimo portare avanti delle proposte bisogna uscire dal contesto giuridico e interessarci di mobilità, più che libertà di movimento. Un lavoro con il gps è interessante perché si può fare un lavoro etnografico e perché, nonostante le regole, si vedono le persone che si muovono. Le persone diventano direttamente protagoniste. Nessuno si interessa degli individui perché alle frontiere ci sono sempre le associazioni cha aiutano e che ti fanno parlare con chi vogliono. Affiancare un lavoro video con la go pro ha un potenziale molto più alto di un servizio televisivo.

Gianluca Nigro, ICS Trieste

La questione dei corridoi umanitari è positiva se si possono aprire dei canali legali. In questa attuale fase politica sono gestiti dall’attuale ministro Salvini per definire le immigrazioni buone solo quelle che passano per i corridoi umanitari. Questi canali vanno bene se stiamo parlando di mille persone che entrano in Italia gestite correttamente, ma le altre persone che lasciamo indietro? La questione della libertà di movimento è il tema di come vogliamo che un paese e un continente sia conformato dal punto di vista politico nei prossimi 40 anni. Le politiche di chiusura non limitano veramente la reale possibilità delle persone di entrare in uno stato, il loro problema è in che condizioni superano le frontiere. Uno degli elementi per monitorare la frontiera è vedere come in ogni nostra provincia come crescerà il livello di sfruttamento di lavoro in nero. Bisogna esserci, perché solo la presenza fisica modifica sia la percezione sia i processi reali. Alle frontiere bisogna esserci per raccontare le storie delle persone.

Balasso Marta, Coop. Olinda

Libertà di movimento e mobilità si scontrano sulle politiche di frontiere degli stati europei. Bisogna ripensare alle leggi che dispongono l’accesso alle frontiere. Grande attenzione verso l’accesso ai territori da parte delle persone. Bisogna rivalutare i diritti ma anche i DESIDERI delle persone. Le politiche restrittive ricadono sulla vita delle persone, vanno a modificare negativamente.

PROPOSTE DI EUROPASILO

Bisogna interrogarsi su come “violare le frontiere”. Non ha senso difendere il diritto d’asilo senza difendere la libertà di movimento e rimettere al centro la solidarietà internazionale. Punti di dibattito:

L’asilo non può essere l’unico strumento per attraversare le frontiere.

Non si può pensare a una accoglienza solo governativa perché prende vigore da una politica di controllo sulle frontiere. Bisogna creare una rete di accoglienza non governativa.

1) dobbiamo trovare uno strumento di denuncia, informazione e di controllo sui luoghi. L’osservatorio deve tenere conto anche ciò che accade fuori dalle frontiere, che vengono violate in continuazione. Creare un osservatorio.

2)  chiamare a raccolta un tavolo nazionale di chi ha fatto i corridoi per aprire un tavolo di riflessione sui corridoi umanitari. Per creare una dirigenza dei corridoi interstatale. Bisogna risolvere questa situazione con una chiave europea, con una componente di parlamentari europei che riaprano gli spazi alle frontiere.

3) bisogna uscire dal paradigma giuridico, bisogna trovare uno strumento di mobilitazione sociale e politica che rimandi il problema delle frontiere sul territorio.

4) forme di resistenza della società civile.

GARANZIA DEI DIRITTI 
Quale protezione legale 
nel nuovo scenario?

INTRODUZIONE

Il decreto immigrazione compromette fortemente sia l’accesso alla richiesta di asilo (la cosiddetta procedura in frontiera comporta un rischio di trattenimento e respingimento), sia la possibilità per i richiedenti di ricevere adeguata tutela e assistenza legale in preparazione alla Commissione. All’interno dei Centri di accoglienza straordinaria la figura dell’operatore legale, centrale nell’equipe multidisciplinare dello SPRAR, di fatto sparisce.

Inoltre, l’esclusione dei richiedenti asilo da quello che era il sistema pubblico di accoglienza integrata riduce le possibilità di una presa in carico e una tutela globale, non solo sul piano strettamente giuridico ma anche da un punto di vista socio-sanitario (la raccolta della memoria non è disgiunta dall’emersione di elementi riconducibili per es. alla tortura o alla tratta). 

L’eliminazione dell’istituto giuridico della protezione umanitaria rischia di produrre uno scenario catastrofico, nel quale persone in condizioni di vulnerabilità che non possono in alcun modo fare rientro nel presunto paese di origine rimangono sui territori senza un titolo di soggiorno e senza assistenza. I seri profili di incostituzionalità della norma andranno subito evidenziati nei ricorsi favorendo momenti di incontro e di formazione giuridica rendendo così più efficaci le singole azioni legali.
Parimenti bisognerà vigilare affinché la protezione “speciale” quale forma residuale di protezione vada applicata con rigore e attenzione da parte delle commissioni territoriali a tutte le situazioni nelle quali è tassativo il rispetto del divieto di espulsione.

Queste disposizioni interrogano fortemente gli enti di tutela. È possibile promuovere ulteriori forme di assistenza e protezione legale sia in frontiera che all’interno dei territori? Quali raccordi sono possibili con i presìdi e i servizi territoriali esistenti? Come monitorare gli esiti delle Commissioni territoriali e delle sedi giurisdizionali alla luce del nuovo Decreto?

Il momento che stiamo attraversando è grave, non solo rispetto all’accoglienza ma anche per il fatto di aver maturato nel sistema pubblico SPRAR la costruzione di competenze che in questo momento rischiano di essere scarsamente attivabili a risposta di bisogni che invece sono manifesti nei territori. Da un lato esistono risorse e competenze elaborate negli anni che ci hanno permesso di sviluppare una tutela legale dove si intercettano fenomeni e dimensioni di intervento e tutela che prima ci erano sconosciuti. Faccio riferimento al tema della tortura, prima sconosciuto, al tema del traffico nei paesi di transito, alle intersezioni tra diverse ragioni delle migrazioni, ai diversi attori sociali che intervengono nelle dinamiche migratorie, come ad esempio la figura del trafficante.

Pensiamo alla tutela legale e alla raccolta della memoria d’asilo che non è solo orientamento alla procedura ma soprattutto il fulcro della tutela della persona sulla quale riorganizzare le scelte di intervento e le testimonianze delle persone. È una parte di tutela che riguarda la relazione con il beneficiario che non è solo scambio di parole ma che interviene su processi profondi, dell’operatore legale, del mediatore, del beneficiario… come riusciamo a comunicare senza vittimizzare? È fondamentale riconoscere la dignità della persona già all’interno della tutela legale per valorizzare il percorso futuro. La tutela legale non si esaurisce alla Commissione e alla memoria d’asilo, ma va riportata al centro la complessità della tutela legale. Per esempio nella raccolta della memoria d’asilo il tema del debito, è di fondamentale importanza anche per comprendere la progettazione sociale che verrà dopo; anche il livello di adesione alle offerte proposte.

In questo momento così dilemmatico, l’operatore legale con le valenze che dicevamo prima è soggetto a forte rischio. Soprattutto perché è un servizio che non è più previsto nei CAS e negli ex SPRAR. La memoria biografica quindi scompare dai radar e diventa difficilmente accessibile. Ma questa competenza è stata affinata nei tempi, e gli operatori sono in grado riconoscere i temi della tratta, dello sfruttamento, ecc. Come lo possiamo rendere disponibile un’azione di tutela legale a tutti i richiedenti asilo? Soprattutto all’interno non solo di un percorso di accoglienza ma anche di integrazione.

Anche per le composizioni recenti dei flussi migratori diventa molto facile inserire tutti i migranti all’interno del gruppo dei migranti economici. Molti di loro si muovono da aree rurali, non hanno coscienza di associazioni, di sindacati, che possono aiutarli, e non ci parlano direttamente di forme di sfruttamento come il land grabbing chiamandolo con il suo nome, ma ne parlano e lo raccontano in altri modi.

La tutela legale di cui oggi vorremmo parlare ha questa complessità e vorremmo che il dibattito si concentri sul rendere il servizio dell’operatore legale fruibile a tutti, concentrandoci sul tema dell’equità e coinvolgendo gli enti territoriali.

INTERVENTI DEI PARTECIPANTI

Calogero Musso, Ciac Onlus

Provo a riportare l’esperienza di Parma dove da più di 15 anni lavoriamo in questo ambito. CIAC fornisce da anni consulenza legale gratuita e cercheremo nel futuro di far rientrare anche gli avvocati ASGI. Il sistema funziona perché abbiamo un presidio forte sul territorio, presso le sedi comunali nella rete di sportelli Immigrazione Asilo e Cittadinanza. Il raccordo con l’equipe legale di CIAC è forte, e permette di compiere un processo di astrazione: c’è raccordo fra le consulenze, con gli operatori legali, per cui si cerca di fare settimanalmente una riflessione di quello che può essere il singolo caso in maniera generale e astratta. Immaginiamo un richiedente asilo che arriva in consulenza legale e non ha diritto all’accoglienza. Oltre alla persona, possiamo astrarre e vedere le problematiche generali: è giusto che qualcuno possa essere privato di accoglienza? Si arriva alla domanda: se non ha diritto, o se è diniegato, o ricorrente, è giusto lasciare le persone in questo limbo? Barbaramente li definisco “randagi” ed è inaccettabile. Dobbiamo creare antenne nel territorio per ricondurre alla consulenza e provare a risolvere i problemi.

Emilio Devito, Coop Orso

Da anni abbiamo sportelli informativi per cittadini immigrati; il progetto è nato nel 1994, con l’idea di fornire consulenza ai cittadini di Alba. È importante capire come operatori legali del sistema SPRAR – CAS anche come utilizzare le risorse dello SPRAR e offrirle tramite gli sportelli anche a chi non è beneficiario del nostro SPRAR. Siamo un servizio che nel 2006 ha aderito all’idea di ANCI creando un servizio di supporto alla compilazione della domanda di asilo e cittadinanza. Dobbiamo iniziare a capire come questi luoghi che hanno determinate caratteristiche sanno rispondere al territorio. Al comune non costa nulla, usiamo le risorse economiche dello SPRAR nel Comune, aumentiamo le ore dell’operatore legale per fornire supporto e consulenza anche agli altri.

Eleonora Della Mercede, Ass Sociale Pisa

Volevo portare due esempi delle nostre zone:

  1. Abbiamo un problema con la Prefettura di Firenze, che richiede alle persone il ritorno nel centro di accoglienza entro le 20 di sera, e pretende l’apertura dei pacchi postali davanti all’operatore per verificare che il contenuto sia compatibile con il pocket money del beneficiario.
  2. 30 beneficiari sono dovuti retrocedere da SPRAR a CAS perché richiedenti asilo e potrebbero perdere il diritto di accedere di nuovo allo SPRAR in caso venisse riconosciuta loro qualche forma di protezione. Non ce l’abbiamo fatta a opporci neanche con un avvocato ASGI e altri 10 rischiano lo stesso futuro. La giustificazione è che prima della legge la prefettura di Firenze aveva pochi posti in SPRAR e molte persone che dovevano accedere, quindi sono stati riassorbiti nel CAS perdendo la possibilità SPRAR.

La nota positiva è che molte associazioni si sono attivate e sono state creati tavoli con gli enti locali e le associazioni per discutere di quanto avvenuto. Sono stati aperti poli di informazioni per stranieri sui territorio e gli avvocati ASGI si sono resi disponibili per ascoltare gli stranieri fuoriusciti dall’accoglienza o chi vorrebbe chiedere l’accoglienza e cittadinanza. Altra nota positiva è che con alcuni fondi SRPAR sono stati creati degli sportelli con operatore legale, mediatori linguistici, mediatori culturali appartenenti alle comunità insediate sul territorio.

Federico Bressan, Operatore Legale Sprar Cas Coop La Esse

Treviso è una città orientata politicamente a destra. Rispetto al territorio è importante andare oltre incontri tematici con avvocati, ma rivolgendosi direttamente ai beneficiari. L’idea è connettere ASGI e CGIL soprattutto per le persone in fase di conversione e per chi è all’estero titolare di permesso che vuole sapere cosa fare. La seconda necessità è quella di mettersi in rete, anche con i CAS, non ci sono grandi alleanze perché è difficile creare legami.

Giulio Riccio, LESS soc coop sociale, Napoli

Il cuore del problema è capire come ristrutturare completamente i servizi di tutela e farli diventare servizi aperti a tutta la popolazione. Ovviamente adesso dobbiamo ridisegnare completamente i servizi di tutela e coinvolgere i sistemi di bassa soglia. Dobbiamo pensare come sostenere i servizi su scala molto grande per un lungo periodo. L’altro punto molto delicato è capire come i nostri servizi possano essere aperti non solo al nostro target tipo – un pezzo della battaglia culturale è come i servizi che noi forniamo possano essere anche rivolti agli italiani che vivono situazioni di difficoltà. Credo che provare a sviluppare con prudenza un link tra beneficiari italiani e stranieri possa essere una chiave.

Alessia Coracci, Mondo Donna Bologna

Abbiamo un’accoglienza prevalentemente femminile e quello che ci preoccupa è soprattutto il ritorno della tratta, soprattutto delle ragazze nigeriane che ne sono spesso vittime. Pensiamo che la figura dell’operatore legale debba essere centrale, inserendosi anche nei contesti come i centri antiviolenza e anti-tratta.

Vozza Cristiana, Csa Ex Canapificio

Abbiamo SPRAR Caritas e siamo anche un centro sociale. Abbiamo anche noi gli sportelli legali aperti a tutti e organizziamo riunioni aperte a tutti i ragazzi. Spieghiamo soprattutto i rumors perché di solito escono voci tipo di avvocati che vendono PDS.

Omar, La Esse Di Napoli

Vorrei sottolineare lo sviluppo del grande mercato di lavoro: adesso centinaia di persone che hanno l’umanitario e vogliono convertire in lavoro. Però per le persone che hanno problemi di conversione si sta sviluppando il mercato dei truffatori che vendono contratti, in cui vengono versati anche i contributi. Non devo solo pagare le tasse, ma anche qualcosa al truffatore.

Cristina, Coop. Orso

Stiamo inserendo l’operatore legale all’interno del percorso di formazione e inserimento lavorativo. Riferito a persone che hanno finito l’accoglienza e stanno cercando lavoro, la figura è un orientatore che lavora per l’inserimento lavorativo. Volevo aggiungere che tema importante per la conversione è quella del passaporto. Le relazioni con le ambasciate stanno diventando davvero difficili anche rispetto ai tempi e ai pagamenti, soprattutto se le conversioni dei PDS vanno fatte entro tre mesi.

Sissa Youssuf, Caritas Mantova e Sportello Diritti

Registriamo numerose persone che hanno avuto documenti e sono andate in Francia e Germania, che tornano con contratto di lavoro palesemente falso e in questura viene rifiutato. Inoltre, la Prefettura di Mantova sta mettendo fuori dall’accoglienza le donne con i bambini. C’è un po’ di cambiamento con la nuova assistenza legale attraverso la Caritas e un progetto regionale per creare la Casa del Popolo accogliendo chi esce dai progetti. Inoltre la questura di Mantova non accetta più l’ospitalità per il rinnovo del PDS ma la residenza, solo che ora è impossibile richiedere la residenza per i richiedenti asilo.

Cecilia Marazzi, Ciac

Anche a Parmaregistriamo una messa in discussione dell’ospitalità sia per primo rilascio,sia quando uscendo dal CAS si richiede il cambio di domicilio sul PDS. Stiamofacendo ricorso anche richiamando l’articolo 2 della Costituzione. Per quelloche riguarda i legami tra operatore, sportelli e territorio: stiamo facendomolte registrazioni per i rimpatri previsti o possibili facendo leva sulprincipio di non refoulement, ponendo attenzione a nuovi elementi per ilricorso. Per quello che riguarda la presentazione della richiesta d’asiloalleghiamo direttamente al C3 una breve memoria per evitare che vengaconsiderata infondata.

PROPOSTE DI EUROPASILO

Migliaia di richiedenti asilo rimarranno senza tutela legale garantita (in tutte le fasi: dall’accesso alla procedura, alla preparazione alla commissione, al raccordo con l’accoglienza, ai ricorsi giurisdizionali). Il tema non è “rivendicare qualche euro in più” per l’accoglienza modello CAS perché sarebbe solo una “toppa” su un sistema che non sta in piedi. Per tutelare davvero i richiedenti asilo in questo nuovo scenario, riconducendo comunque ogni azione alla necessità di difendere il sistema unico di accoglienza e protezione e facendone un’azione politica, queste sono le proposte di EA:

  • Promuovere un servizio di tutela legale territoriale: quindi non offrire tutela legale al posto dei CAS, ma mettere al centro comunque la tutela del richiedente asilo, al di là delle condizioni normative che gli impediscono la piena esigibilità di un suo diritto. Ciò può essere portato avanti per es. chiedendo pubblicamente che l’ex Sprar assuma un ruolo in questa direzione (operatori legali che resteranno “disoccupati” e che possono diventare operatori legali di territorio, non solo per i beneficiari Sprar che a quel punto saranno tutti già titolari di protezione). Se non attraverso lo Sprar, può essere un servizio da organizzare e promuovere attraverso altre forme di corresponsabilità pubblico-privato (Comuni, Regioni, piani di zona, ecc).
  • Rivendicare – anche attraverso azioni legali – il diritto all’iscrizione anagrafica e alla residenza dei richiedenti asilo. L’accesso ai servizi attraverso il solo domicilio è inaccettabile.
  • Rivendicare non retroattività della legge: le domande di protezione presentate prima del 5 ottobre devono essere esaminate secondo la normativa previgente e le persone godere dell’accoglienza. Ora si deve arrivare all’aspetto giudiziario perché la norma è letta anche dal Servizio Centrale come se chiedesse di non ricevere segnalazioni perché non può riceverle. Il Servizio Centrale deve rispondere, non avendo il potere per negare l’accoglienza perché la legge non lo dice. O le persone vanno inserite in accoglienza e nessuno lo può contestare, oppure si deve chiamare in causa il Servizio Centrale e quindi il Ministero. La questione è: si fa ricorso al giudice? Si impugna il diniego di fronte al TAR? Sarà sufficiente una decina di casi, va scelto qualche caso pilota, in diverse località, molto rapidamente, perché se non si fa adesso non si fa più. Stiamo parlando delle domande pregresse, perché dopo il 5 ottobre ci saranno altri quesiti e altre problematiche. Se non ci saranno contenziosi nei prossimi sei mesi vorrà dire che avremo abbandonato le persone a loro stesse

Il 2019 deve essere utilizzato perché i progetti esistono e il personale c’è, e gli operatori devono essere utilizzati a favore del progetto in sé. Il 2019 è l’anno che abbiamo a disposizione per noi stessi e per le persone che assistiamo.

CONCLUSIONI

  1. TUTELA LEGALE E SOCIALE – Come servizio pubblico territoriale: aperto a tutti, che valica il confine dell’appartenenza del beneficiario a un ente di tutela pubblico. Una proposta potrebbe essere quella di uscire dalla dicotomia CAS/SPRAR, ma parlando di territorio. Deve esserci un’azione di riconoscimento pubblico del lavoro degli enti locali e degli operatori legali. Quali sono gli attori che inseriamo in questa rete per costruire presidi territoriali diffusi? Sicuramente dobbiamo parlare con i sindacati, molto interessante è anche l’unità di strada perché data la legge è presumibile che meno persone si rivolgeranno ai servizi pubblici un po’ per diffidenza e un po’ perché sentono che la tutela pubblica viene a mancare. Un po’ come l’esperienza di allontanamento delle persone dei medici quando si era parlato della possibilità che i medici denunciassero lo stato di irregolarità delle persone. Non possiamo offrire solo la tutela giuridica in senso stretto, ma dobbiamo anche monitorare l’accesso ai servizi e all’accoglienza. Gli sportelli territoriali devono avere un ruolo da “pivot”, indagando i criteri e gli strumenti per trasferire nella rete le richieste e i bisogni. Per esempio, segnalare gli umanitari, i senza documenti.
  2. PREVENZIONE DELLA MARGINALITA’: EMERSIONE E CONTRASTO DELLE FRAGILITÀ: Dobbiamo cercare di far emergere le problematiche sociali più ampie, come la tratta, lo sfruttamento sessuale, lo sfruttamento lavorativo, il lavoro nero. Quelle zone grigie che si espandono all’aumentare della marginalità.
  3. OSSERVATORIO E MONITORAGGIO: Quante migranti ci sono su un territorio? Come le tracciamo? Quali sono gli strumenti che nell’operare in un servizio pubblico si può fornire? Dobbiamo rivolgerci ai beneficiari ma anche agli enti territoriali. È importante lavorare sulla percezione sociale e la responsabilità sociale nel denunciare i fenomeni dandogli un peso specifico.

Proponiamo anche di porre come requisito per l’adesione alla Campagna di EuropAsilo la creazione dei presidi territoriali appena citati, perché si tratta di un segno distintivo per il territorio. Naturalmente tale servizio deve essere riconosciuto politicamente ed economicamente (non lavoro gratuito o fatto “di nascosto”). Questo sistema rappresenta per il territorio un presidio di legalità. Deve essere chiaro che uno sportello è aperto per tutti e se si registra che sono venute 100 persone e solo 20 sono dello SPRAR, allora va garantito un servizio anche per gli altri 80 perché c’è un bisogno evidente.

In alcuni territori ci sono già esperienze importanti in questo senso. Per esempio a Brescia lo Sprar ha chiesto ufficialmente al Servizio Centrare l’apertura di uno sportello per tenere monitorato la presenza dei CAS nella zona est e ha ricevuto risposta affermativa, perché lo stesso Servizio Centrale è interessato ai dati che possono emergere ne territorio del comune e dell’hinterland. A Parma dal momento in cui la persona manifesta volontà d’asilo a quando si ritira il pds per richiedente possono passare anche tre mesi. Attraverso gli sportelli viene inviata tramite PEC una mail alla Questura per chiedere accoglienza e informazioni. È importante cercare di prevenire la marginalità nell’attesa e tenere traccia delle comunicazioni. Deve essere lo stesso interessato a presentare la propria domanda di accoglienza, ovvero di ingresso in filiera hub/cas al momento della formalizzazione, perché a quel punto è più titolato a fare ricorso in caso di mancata risposta: se la domanda la fa lo sportello rifugiati allora non è impugnabile allo stesso modo dagli avvocati. Bisogna far dichiarare al momento della formalizzazione con la compilazione di un prestampato per la richiesta dell’accoglienza, dichiarando di essere nullatenente, ai sensi della legge 142/2015, per silenzio inadempimento si entra in filiera. Bisogna difendere il singolo facendolo partecipe della sua vita, agli enti di tutela spetta il compito di aiutare, non di sostituirsi.

DIFENDERE L’ACCOGLIENZA 
Come tutelare gli esclusi? 
Quale rapporto Cas-Sprar?

INTRODUZIONE

L’asilo, i rifugiati, i minori non accompagnati non sono una questione di sicurezza pubblica. Per questo devono uscire dal dominio del Ministero dell’interno ed entrare a pieno titolo nei luoghi di governance territoriale e nel welfare universale. Ancor più in questa fase è necessario interrogare gli enti e le sedi istituzionali preposte (a livello nazionale, regionale, distrettuale e comunale) affinché si assumano le responsabilità che gli spettano in termini di accoglienza, integrazione, accesso ai servizi e relazioni comunitarie.

Gli stessi enti che si occupano di accoglienza e tutela devono uscire dall’“angolo” dei servizi dedicati e rilanciare in termini non solo di accoglienza ma anche di “cittadinanza”. 

Il drammatico taglio dei costi e dei servizi nei CAS non può risultare indifferente al sistema ex Sprar perché produrrà enormi effetti a catena distruggendo ogni percorso di progressivo miglioramento dei servizi di accoglienza straordinaria verso un’ottica di qualità e normalità. È necessario quindi ripensare, il rapporto tra i progetti ex Sprar e le esperienze di positiva gestione dei CAS che vogliono ancora pensare ad un possibile futuro per evitare, o quantomeno contenere, gravissime conseguenze sulle persone e sul governo del territorio.

La difesa dell’accoglienza va letta in questa cornice più ampia, dalla quale rispondere anche alle domande più specifiche che seguono. Come articolare nei territori il rapporto tra Cas e Sprar? Quali posizioni tenere rispetto ai nuovi bandi Cas? Come dare continuità all’accoglienza di chi non ne avrà più titolo? Come posizionarsi rispetto a chi sarà “in caduta libera” verso l’irregolarità? Quali forme di accoglienza non governativa/istituzionale ha senso promuovere? Quale può essere il ruolo delle comunità e della società civile? Quali forme di disobbedienza siamo pronti a pensare ed agire? Quali connessioni possiamo sviluppare con le altre lotte sociali contigue a quelle per la difesa dell’asilo (per es. movimenti femministi e LGBTQ, per il diritto all’abitare, contro il precariato e lo sfruttamento lavorativo)?

INTERVENTI DEI PARTECIPANTI

Sara Elter (ywca-Ucdg onlus di Torino)

E’ emersa l’ipotesi di richiedere al servizio centrale la conversione di posti che rimangono vuoti per adattarli ad altre esigenze.

David Di Rado (si occupa di senza tetto, Molise)

Propongo di costruire una banca dati “dal basso”, che si dichiari pubblicamente di farla, ed di impegnarsi nell’auto inserimento e produzione di dati.  Questo per dare una soluzione al fatto che chi gestisce la banca dati non fornisce informazioni precise sulle presenze all’interno dei Cas e degli Sprar e sul tipo di permessi di soggiorno che le persone inserite in percorsi di accoglienza hanno. Propongo inoltre di avviare una collaborazione tra operatori che si occupano di senza tetto ed equipe sprar con l’obiettivo di individuare e mettere a disposizione appartamenti finanziati con i fondi per l’emergenza abitativa, in modo tale da offrire un alloggio a coloro che sono o saranno esclusi dall’accoglienza.

Roberto Corradi (cooperativa sociale Jobel, Imperia)

C’è anche il problema dell’assenza di possibilità di collocazione per chi esce dagli Sprar. Si potrebbe istituire uno sportello territoriale, polifunzionale, composto dall’equipe Sprar, dedicato ai richiedenti asilo sul territorio. L’obiettivo è quello di dare vita a progetti personalizzati e favorire l’accesso alla rete dei contatti a cui potersi rivolgere sul territorio di riferimento. Per finanziare questa attività servono progetti specifici per l’accesso ai fondi. Importante la sussidiarietà del territorio nel proporre forme di accoglienza ed ospitalità e nel collaborare con l’equipe Sprar.

Chiara Peri (Centro Astalli, Roma)

Esprime il timore che gli Sprar, come concepiti dal decreto, saranno privi di progettualità e chi avrà diritto verrà comunque accolto per un tempo esiguo. Viene meno la responsabilità pubblica nell’accogliere. Il rischio è quello che vengano portati avanti “progettini” sul territorio che restano fuori dalla rete pubblica. Va pensata una complementarietà dei fondi (anche privati), ad esempio a supporto dei Cas “diffusi”.

Clementina Tacchino (Alessandria, ex referente progetti sprar.)

E’ necessario coltivare il conflitto fra operatori e soggetti accolti, in modo tale da individuare l’azione da mettere in atto per costruire un percorso. Solo in questo modo il conflitto può portare alla collaborazione e partecipazione.

Teresa Menchetti (Associazione progetto accoglienza, comune Borgo San Lorenzo)

Segnalo il progetto “Spazio zona franca”; si tratta di un spazio fisico con diversi sportelli (sportello legale, alloggio, lavoro, sociosanitario, etnopsichiatria, mediatori legali culturali e molti altri), con un finanziamento delle Regione Toscana. Gli operatori individuano le esigenze e si occupano della ridistribuzione ai servizi di riferimento. E’ un esempio di Welfare di comunità, tutta la rete territoriale partecipa (pubblico/privato) mettendo in rete le risorse. L’obiettivo è quello di dare vita ad scambio reciproco tra persone e competenze nell’ottica di formare una rete.

Giorgio Dell’Amico (Coop Caleidos, Modena)

Propongo di utilizzare spazi disponibili per rispondere al bisogno di alloggio, sia per chi si trova escluso da progetti di accoglienza sia per chi si trova in situazioni di difficoltà. Inoltre bisogna tenere conto che anche chi è uscito da progetti di accoglienza, in autonomia e può pagare un affitto, ma incontra difficoltà nel trovare un alloggio dato l’alto livello di discriminazione nel mercato immobiliare. Ad esempio l’appartamento arci gay che accoglie richiedenti asilo e rifugiati che hanno terminato l’accoglienza ma che presentano alcune fragilità.

Giorgio Pederiva (Consorzio comunità brianza)

Dobbiamo ragionare e superare il limite tecnico-legislativo ed entrare su un piano politico. Gli operatori sociali conoscono perfettamente la situazione del territorio e hanno costruito progetti di inclusione con risultati importanti, per questo devono prendere coscienza del loro ruolo centrale. I Coordinatori delle aree devono incentivare i comuni a trovare soluzioni concrete e costruire delle reti per creare coesione e peso politico. E’ importante formare una coscienza “politica” di tutti i lavoratori non solo con le istituzioni ma anche con le persone che ospitiamo, con i quali si tende a parlare poco, il dialogo può aiutare a trovare delle soluzioni.

Silvia Bianchi (comune di Brescia)

Il rischio è quello di disperdersi nel proprio particolare e non spendere energie per difendere il sistema pubblico. Il dato di fatto è che ci sono dei posti vacanti, è necessario verificare quante persone hanno il titolo per entrare (sfasamento tra i titolari segnalati dalle prefetture e quelli presenti nei cas, questo anche a causa del sistema di segnalazione.)

Giulia Capitani (Oxfam Italia)

Abbiamo presentato a delle fondazioni due progetti di housing sociale, dedicati a persone autonome e con un reddito. L’idea è costruire appartamenti condivisi che vengano, anche in parte, pagati da loro. Se il progetto va in porto ci saranno posti letto anche per chi è fuori da progetti di accoglienza, senza lavoro e autonomia.  E’ importante la ricerca fondi da privati, fare una profilazione delle aziende interessate, cercare personalità che fungano da testimonial.

Rispetto ai bandi Cas, la scelta di Oxfam è quella di non partecipare.

Potrebbe essere interessante redigere un manifesto dove operatori cas e sprar mostrano le loro posizioni e idee per fare emergere i risultati ottenuti e il lavoro svolto.

Marika Visconti (LESS Società Cooperativa Sociale a r.l. ETS, Napoli e Procida.)

Progettazione nazionale sui fondi fer, che ci ha portato ad aprire temi importanti sulla presa in carico della vulnerabilità. È importante da qui uscire come rete. Spesso siamo molti isolati sui territori, abbiamo vissuto il boom dell’accoglienza, ma abbiamo strutturato poco la rete. Ora è necessario farlo con più forza, non solo per motivazioni politiche, ma di riproduzione del nostro settore. È necessario trovare delle fonti economiche per non ricadere nel volontariato.

Duccio Facchini (Altraeconomia)

Credo che sia importante rilanciare l’idea della banca dati nazionale, per avere una ricostruzione della situazione attuale dei territori. Come giornale abbiamo fatto una inchiesta sulle revoche dell’accoglienza, ne è risultato che, in un biennio, ci sono state 41 mila revocati da 61 prefetture. Ora credo sia necessario fare un lavoro simile, rispetto agli effetti che sta avendo la legge Salvini.

Emilio Rossi (Ciac)

Dal mio punto di vista molte delle cose dette sino ad ora sono importanti. Dobbiamo pensare alle persone verso cui, secondo la legge, non possiamo più fornire servizi ma per cui dovremo attrezzarci per darglieli ugualmente. Per raggiungere questo obiettivo è fondamentale cercare delle alleanze e stare vicino ai Comuni che continueranno ad investire sull’accoglienza, perché con il Decreto hanno preso uno schiaffo molto forte. Sarebbe necessario costruire una rete nazionale che realizza e conserva il sistema unico dai richiedenti asilo ai titolari di cui, penso, ci sarà ancora molto bisogno.

PROPOSTE DI EUROPASILO

Importante soffermarsi sia su azioni di impatto politico/di denuncia (restituendo sempre una dimensione pubblica e di “disobbedienza”, non di supplenza alle mancanze del sistema pubblico e agli effetti collaterali che si produrranno in termini di produzione di irregolarità e marginalità sociale) sia su azioni di contrasto all’applicazione della nuova norma, riducendone quindi l’impatto almeno sul breve-medio periodo. Proposte EA:

  • Lanciare una campagna nazionale condivisa da più realtà sui territori mirata all’accoglienza degli esclusi a causa del decreto del governo (potremmo chiamarla “Io accolgo le pietre di scarto”, “Accoglienza non governativa”). Praticamente l’idea sarebbe quella di dare rilevanza – attraverso un simbolo comune – a chi ha scelto di accogliere persone rimaste senza accoglienza. Il tutto senza esclusione di soggetti che potrebbero partecipare: associazioni, cooperative, sindacati, enti locali ma anche singoli cittadini o famiglie. Chiaramente questa campagna avrebbe la necessità di un coordinamento molto forte (il “servizio centrale degli esclusi”) ma anche un sistema di comunicazione ben organizzato per far conoscere e circolare l’idea, evitando che si trasformi in una soluzione/tampone ai problemi creati dal decreto (punto in comune con Tavolo 4 – qui approfondire aspetti di contenuto).
  • Boicottare i bandi CAS: lanciare una campagna di rifiuto alla partecipazione e/o impugnare i bandi (qualunque servizio sociale di qualunque genere ha un costo pro die pro capite maggiore). Non si tratta solo di alzare di qualche euro la quota ma di ribadire l’approccio all’accoglienza integrata e diffusa nel sistema unico. Nel nuovo sistema gli operatori solo “carcerieri”.
  • Rivendicare non retroattività della legge: titolari di protezione umanitaria e anche richiedenti asilo devono essere ammessi allo Sprar laddove la loro domanda di protezione sia stata presentata prima del 5 ottobre; si applica la normativa previgente! Agire per via giurisdizionale e chiedere presa di posizione del Servizio centrale.
  • Rivendicare l’accesso allo Sprar anche da parte dei titolari di protezione sociale (gli unici esclusi in toto): manifesta irragionevolezza e profili discriminatori.
  • Richiedere presa di posizione del Servizio centrale sulla durata dell’accoglienza post-riconoscimento in Sprar: non possono rimanere solo 6 mesi (considerato anche come arriveranno dai Cas…), pur mantenendo l’approccio dell’accoglienza emancipante e della flessibilità dei tempi sulla base dei percorsi individualizzati. Richiamare comunque alla necessità del sistema unico (richiedenti-titolari) e di reali politiche di integrazione.

CONCLUSIONI

L’approccio che si vuole portare avanti è quello di evitare il più possibile la frammentazione delle azioni e la loro parcellizzazione nel territorio. L’obiettivo è quello di impegnarsi in azioni unitarie che escano dall’indeterminatezza, che non siano divisive nella comunicazione verso l’esterno e che sappiano dare voce a quella che è la coscienza collettiva, questo sia nel nostro ruolo di lavoratori che in quello di soggetti politici.

Una di queste azioni collettive è quella di rivendicare l’ingresso degli umanitari e degli altri aventi diritto nello Sprar. E’ fondamentale far valere la non retroattività della legge per i titolari di protezione umanitaria e anche i richiedenti asilo devono essere ammessi, laddove la loro domanda di protezione sia stata presentata prima del 5 ottobre: si deve applicare la normativa previgente. Agire per via giurisdizionale e chiedere presa di posizione del Servizio centrale.

Monitoraggio delle banche dati: è stata richiamata l’idea di costituire una banca dati “dal basso” per dare una soluzione al problema che i titolari delle banche dati non forniscono informazioni precise sia sulle presenze all’interno dei Cas/ Sprar, ma anche sul titolo di permessi di soggiorno che le persone inserite in percorsi di accoglienza hanno. Produrre e mettere a disposizione dei dati quanto più nazionali e precisi, è importante anche nell’ottica di dare un senso politico collettivo alla campagna nazionale e per entrare in una relazione positiva con gli enti locali con i quali poter costruire un’alleanza e portare avanti una battaglia comune. Per produrre questi dati è necessaria la dimensione di rete e di condivisione tra territori.

Il discorso sulla campagna nazionale è connesso anche con il tema della trasversalità dei servizi e con la territorializzazione. E’ importante uscire dalla logica dei servizi dedicati, ragionare sempre di più su quanto e come queste proposte vadano ad interessare componenti variegate della popolazione presente sul territorio che vivono esperienze di precarietà, marginalità sociale ed esclusione.

E’ emersa anche la volontà di molti di boicottare i bandi Cas, rifiuto di entrare nella logica del contratto a ribasso. Tutela degli irregolari significa tutelare i diritti inalienabili. Anche gli irregolari hanno dei diritti, la legge sta creando irregolarità, i diritti inalienabili devono essere esigibili anche a chi non ha un permesso di soggiorno e per questo devono essere difesi. Tema dei lavoratori dell’accoglienza, difesa dei posti di lavoro, difesa del patrimonio di competenza che non devono essere “silenziate”. Forme strategiche di presa di parola.

LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE
Come divulgare una diversa
narrazione sulle migrazioni?

INTRODUZIONE

Sulla cultura dei diritti, della solidarietà, dell’antirazzismo occorre trovare un modo diverso di comunicare e informare, di coinvolgere persone e soggetti anche al fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. Finora l’investimento e i risultati non sono stati adeguati e sufficienti. Come preparare il terreno per una trasformazione più ampia e ambiziosa che vada al di là di quelli che possono essere visti come interessi corporativi o di difesa dello status quo?

Come riconoscere e rafforzare il ruolo di migranti e rifugiati quali protagonisti delle narrazioni che li riguardano? Come spostare lo sguardo dagli sbarchi e dalle accoglienze alla realtà delle comunità interculturali? Quali relazioni intrattenere con gli attori della comunicazione? Come cominciare a pensare a campagne di sensibilizzazione unitarie e coinvolgenti?

PROPOSTE DEI PARTECIPANTI

Roberto Guaglianone, Consorzio Communitas, Saronno, Varese:   

A Saronno abbiamo deciso di creare l’Università delle Migrazioni: una serie di incontri, rivolti non solo agli addetti ai lavori, con l’obiettivo di informare, smontare i luoghi comuni e raccontare esperienze dirette dei migranti.

Abbiamo pensato anche di portare il tema dell’immigrazione in luoghi non comuni, va bene andare in piazza, ma è necessario raggiungere anche altre realtà di vita. Abbiamo pensato per questo, di portare la discussione nelle assemblee condominiali, con l’obiettivo di raggiungere più persone possibile. 

Yassina Dia, Centro sociale ex Canapificio di Caserta – Ente gestore progetto Sprar e Sportello di sostegno al reddito per famiglie in difficoltà:

A Caserta abbiamo avuto un problema con i fondi per i buoni libro. Come cooperativa ci siamo interrogati su come intervenire in questa situazione per aiutare le famiglie in difficoltà, anche italiane. Siamo riusciti a utilizzare altri fondi per sostenere l’acquisto dei libri. L’obiettivo era quello di chiarire che lo straniero non è un nemico ma che si può fare fronte comune per risolvere i problemi.

Matteo Marson, Operatore Cas Mugello, Toscana:

Abbiamo fatto dei video per raccontare le storie delle persone che erano in accoglienza. Dopo il decreto abbiamo pensato a che cosa potevamo fare. Abbiamo lanciato la campagna “Spiegateci il decreto”, che comprendeva una serie di video pubblicati su Yuotube in cui esperti del settore spiegavano i contenuti della Legge Salvini.

Michela De Vita, Coop. La pietra d’angolo, Pisa, gestione Cas Sprar:

Per raggiungere più persone possibile, abbiamo contattato un’associazione teatrale e insieme abbiamo organizzato uno spettacolo di strada per raccontare il viaggio dei migranti. La rappresentazione è stata portata in luoghi non comuni, come davanti alle chiese all’uscita della messa. Le prove venivano fatte anche per strada per coinvolgere il più possibile i cittadini. L’esperienza ha avuto molto successo e la visibilità ha portato tanti ad interessarsi all’associazione. Crediamo sia fondamentale riappropriarci degli spazi pubblici per provare a contrastare le modalità comunicative della demagogia populista.

Ghebremariam Tesfaù Mackda:

Sto svolgendo un dottorato di ricerca sulle iniziative più significative sul tema dell’accoglienza nel contesto europeo. In questo momento sto studiando il caso della campagna anti-rumors di Barcellona. Concretamente stanno formando dei cittadini sui temi delle migrazioni perché diventino messaggeri contro i luoghi comuni nei luoghi che frequentano quotidianamente, come scuole, luoghi di lavoro, bar.  E’ un sistema che permette di raggiungere tantissime persone proprio dove vivono quotidianamente, veicolando un messagiio attraverso cittadini comuni e non coinvolti nel settore dell’accoglienza.

Cristina Romanelli, Cooperativa Aeris, Vimercate:

Abbiamo lanciato la campagna “Siamo tutti sulla stessa barca”, coinvolgendo delle scuole superiori della nostra zona, mettendo in relazione le storie dei giovani migranti con quelle degli studenti italiani che decidono di andare a vivere all’estero. Fin dall’inizio si è creata un’ottima relazione tra gli studenti e i migranti, tanto che sono stati creati dei manifesti che sono stati affissi per la città. Inoltre abbiamo pensato di pubblicare un libro in cui sono state raccolte domande e riflessioni degli studenti di elementari e medie durante gli incontri che abbiamo organizzato nelle loro scuole (“Con altri occhi”).

PROPOSTE DI EUROPASILO

  • Proporre di costruire una rete di comunicatori del settore dell’accoglienza che miri a:

     a) costruire strumenti condivisibili e replicabili

     b) intercettare giornalisti in grado di dare spazio alle “nostre” notizie

     c) condividere notizie che possono essere rilanciate attraverso diversi media

  • Proporre un osservatorio nazionale sulle conseguenze pratiche del decreto, puntando in particolare sui numeri e le analisi. L’idea potrebbe essere quella di produrre dei report destinati alla diffusione attraverso diversi canali di comunicazione, per far capire quello che sta accadendo concretamente. L’obiettivo è molto vasto e deve, necessariamente, coinvolgere anche altre realtà (come università e centri di ricerca: v per es Escapes, RiM Ricercatrici e Ricercatori sulle Migrazioni).
  • Lanciare una campagna nazionale condivisa da più realtà sui territori mirata all’accoglienza degli esclusi a causa del decreto del governo (potremmo chiamarla “Io accolgo le pietre di scarto”, “Accoglienza non governativa”). Praticamente l’idea sarebbe quella di dare rilevanza – attraverso un simbolo comune – a chi ha scelto di accogliere persone rimaste senza accoglienza. Il tutto senza esclusione di soggetti che potrebbero partecipare: associazioni, cooperative, sindacati, enti locali ma anche singoli cittadini o famiglie. Chiaramente questa campagna avrebbe la necessità di un coordinamento molto forte (il “servizio centrale degli esclusi”) ma anche un sistema di comunicazione ben organizzato per far conoscere e circolare l’idea, evitando che si trasformi in una soluzione/tampone ai problemi creati dal decreto (punto in comune con Tavolo 3 – qui approfondire aspetti di comunicazione).

CONCLUSIONI

Nella campagna di comunicazione il focus non dovrebbe essere solo sui migranti. E’ necessario decostruire l’idea dei migranti come fulcro del problema, ponendo al centro la disuguaglianza in generale.

All’Università di Trento stiamo organizzando un progetto di ricerca sugli effetti del Decreto sicurezza e immigrazione.

Il lavoro di comunicazione sulle tematiche dell’immigrazione deve coinvolgere i diretti interessati; i migranti dovrebbero essere i protagonisti delle narrazioni che li riguardano.

E’ importante, nella comunicazione, la presenza di gesti che siano visibili e d’impatto. Come l’iniziativa di una parrocchia, di non allestire il presepe quest’anno, esponendo invece un cartello “Non c’era posto per loro.” Luca 2,1-14 DL 113/2018.