Non ha tempo per la nostalgia. Lui è un migrante. Uno che ha attraversato il Sahara, ha lavorato come garzone per pagarsi la tappe successive. È entrato in Libia di notte, con il cielo stellato che gli preannunciava fortuna. Lui ce l’ha fatta. Ed è questo che conta. Non gli insulti degli aguzzini libici. Non i capricci sporchi dei guardiani della prigione. Non i piedi che gli fanno male per quante volte lo hanno picchiato perché si mettesse in riga e chiedesse altri soldi. Lui ha lo sguardo da duro. Come duro può essere un bambino di 9 anni che di sera, quando gli dicono che sbarcherà e finalmente raggiungerà l’Europa, scoppia in lacrime.

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