Quando all’ufficio pubblico si trovano gli intolleranti

di Chiara Rainieri

… L’uomo in divisa all’interno dell’ufficio pubblico continua a borbottare ad alta voce girando intorno alla sua postazione e cercando gli occhi dell’impiegata per condividere il suo risentimento. “Ma guarda un pò, roba da matti, voleva le informazioni e io gliele ho date. Ma guarda tu. E alza la voce pure. Che tornino al loro paese vah invece di venire qui!” Rimango impietrita. Nessuno dice nulla. Dentro sento ribollire il sangue. Ma non siamo in un pubblico ufficio? E quello scatto poi? “E noi continuiamo a farli entrare. Ma vedi tu..”. Non ce la faccio più e con un filo di voce dico: “Mi sembra che stiamo un pò esagerando adesso.”.


Salvini o non Salvini? Non è questo il problema

di Marcello Volta

Parliamo troppo di Salvini? Senza accorgercene facciamo il suo gioco? Stiamo cadendo nella sua trappola?

Pensando agli ultimi mesi, mi sono reso conto che non facciamo altro che discutere del ministro dell’interno di quello che ha fatto o detto, descrivendolo – secondo i punti di vista – come una iattura o una benedizione. Ma al centro c’è sempre o quasi “Il Capitano”. Forse, noi società civile, stiamo sbagliando tutto.

Chiariamoci subito, non sto dicendo che dovremmo restare silenti e accettare inermi lo smantellamento dei diritti e la messa in discussione dei valori costituzionali. Ma credere di fermare questo disegno di potere facendo solo opposizione sterile non solo non serve a nulla, ma anzi soffia nelle vele di una barca timonata da “Il capitano”.


Razzismi – L’AUTOBUS

di Serena Menozzi

Venerdì pomeriggio, fermata del bus in via Mazzini, molta ressa per salire, altrettanta per scendere.

Aspetto che le persone scendano, tra loro anche donne, uomini e ragazzi stranieri.

Un uomo, che attende al mio fianco, dice a bassa voce, ma non abbastanza da non farsi sentire, in dialetto, “Negri di merda”.

Mi sale una vampata, ricaccio in gola gli insulti che istintivamente stavano per uscire dalla mia bocca, e mi rivolgo a lui, “Hanno diritto anche loro di prendere l’autobus”. Intanto saliamo sull’autobus, ci infiliamo in mezzo alla massa di persone, e l’uomo risponde, sempre in dialetto, “Io li ammazzerei tutti”. Di nuovo “no insulti Serena, stai calma” – penso – e mi esce un “Bene! Mi fa piacere!”, con intenzione e tono ironici e un volume più alto. Scuoto la testa meccanicamente.


Un passato difficile, un futuro da costruire. Ancora meglio con Rifugiati in famiglia

Di Marcello Volta

Un passato non semplice, un presente positivo ed un futuro da costruire, tra un lavoro da trovare e un sogno nel cassetto: ricongiungersi con la famiglia. C’è tutto questo e tanto altro nella storia di Julie (il nome è di fantasia). Scappata dal proprio paese in cerca di un futuro migliore, è riuscita faticosamente a costruirsi una parziale autonomia e nei giorni scorsi ha fatto un ulteriore passo avanti: è entrata nel percorso di Rifugiati in famiglia (LINK) promosso da Ciac (Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale) nell’ambito del progetto Sprar. In termini pratici significa che vivrà i prossimi mesi a stretto contatto con una famiglia parmigiana, condividendo stili di vita e abitudini, confrontandosi con regole e modi di fare diversi dal suo.


Salvini a Fidenza, tra selfie e poca sostanza

Di Marcello Volta

“Non spingete, non spingete, entrate da destra e uscite a sinistra, preparate il telefono prima, fatta la foto via velocemente”. E’ la litania ripetuta costantemente dal palco. Ma non basta, è direttamente l’uomo forte che prende il microfono per calmare le folle: “Sono qui per fare la foto con tutti, ma amo l’ordine. Quindi o fate i bravi o me ne vado”. 

Quello che rimane più impresso del Salvini sbarcato a Fidenza, non sono tanto le parole trite e ritrite che pronuncia dal palco, ma la lunga, infinita, impressionante cerimonia del selfie con il “suo” popolo. Donne, uomini, anziani, giovani e addirittura mamme con bambini di pochi mesi in fila con il cellulare in mano.