Lunedì 7 agosto sono usciti due editoriali: uno su La Repubblica, a firma di Massimo Giannini, dal titolo “Il silenzio della sinistra”; l’altro su La Gazzetta di Parma, scritto da Paolo Ferrandi, intitolato “L’estremismo umanitario e la crisi migratoria”.

Sono esemplificativi di un dibattito che in questi giorni imperversa sui giornali come nelle pubbliche piazze: la gestione delle migrazioni, il codice di condotta delle ONG, i rapporti tra Italia e Libia, e più in generale come debba e possa comportarsi l’Italia (nell’articolo di Giannini l’interlocutore e bersaglio polemico è in parte più circoscritto alla “sinistra”) nel contesto di quella che qualcuno chiama crisi migratoria e qualcun altro crisi del valori europei (o italiani… o della sinistra…).

L’indignazione di Giannini verso la capitolazione morale e politica della sedicente sinistra italiana è senza appello: collegando la guerra alle ONG all’attuale tentennamento del PD sulla legge in materia di cittadinanza e ius soli, il giornalista rileva come “la politica scarica sulle Ong quello che non sa o non vuole fare: gestire i flussi. Così dà sfogo a un’altra, insopportabile manipolazione: il salvataggio in mare di migliaia di disperati, che in assenza di canali migratori legali si affidano ai trafficanti di morte, equivale alla gestione dei profughi sul territorio, sfruttati dagli avvoltoi delle coop col denaro pubblico. Sono due emergenze nettamente distinte: soccorrere e proteggere chi sta morendo, accogliere o rimpatriare chi chiede asilo. Ma nella narrazione social-xenofoba diventano la stessa cosa, alla fine ugualmente discutibile, se non addirittura esecrabile. E richiedono la stessa risposta: militare per i salvataggi in mare, poliziesca per i migranti sulla terraferma.” E su questi punti, così come sullo ius soli, si infrange il silenzio della sinistra: “Anche quel sacrosanto diritto [il diritto di cittadinanza del bimbo nato in Italia da almeno un genitore con permesso di soggiorno definitivo], insieme a molto altro, finisce ormai nella stessa discarica della Storia nella quale la sinistra ha deciso di buttare tutto quello in cui ha creduto. Tutto quello per cui ha lottato. Tutto quello che l’ha resa degna di esistere.”

Già dal titolo si comprende come la posizione di Ferrandi sia di tutt’altro genere. Leggiamo che “l’Italia ha tutti i diritti di cercare di arginare, per quanto possibile e con mezzi leciti, il flusso migratorio che arriva dalle coste libiche. Uno stato non può lasciare che la propria politica sull’immigrazione sia dettata dalla pressione delle disparità di vita tra Nord e Sud del mondo e dagli interessi degli scafisti libici. L’Italia da sola non può farsi carico di tutte le ingiustizie del mondo e, anche volesse, sarebbe un tentativo destinato a un disastroso fallimento.” E ancora: “Il lavoro del ministro dell’Interno Marco Minniti è quindi pienamente legittimo, sia nel suo tentativo di rinforzare la fragile guardia costiera della Libia, sia nel suo tentativo di imporre un protocollo vincolante alle Organizzazioni non governative che non possono, in nome di un astratto diritto umanitario, farsi beffa delle disposizioni dello Stato Italiano. L’estremismo umanitario, come qualunque altro estremismo, infatti non porta al paradiso in terra, ma a un peggioramento della vita per tutti. Italiani e migranti.”

Ma più ancora che analizzare le singole questioni, ci interessa far notare un particolare, così macroscopico da diventare invisibile: il diritto d’asilo – come disciplinato dalla Convenzione di Ginevra ma ancor più come definito all’articolo 10 della nostra Costituzione – si basa sull’assunto che chi fugge da guerra, persecuzioni, rischio per l’incolumità e la sicurezza debba (non possa…) essere accolto anche se viaggia in modo irregolare. Anzi. Il viaggio irregolare non può in alcun modo pregiudicare il percorso di richiesta asilo che si configura come un “salvagente” che permette al migrante di rimanere legalmente sul territorio del paese di approdo in attesa dell’esame della sua domanda. Si può discutere (da destra, da centro o da sinistra) sulle politiche migratorie, sul destino di chi si vede negato il riconoscimento di uno status di protezione dopo tutti i gradi di giudizio e sulla facilità – oggi quasi impossibilità – di accedere per vie legali allo stato di asilo. Si può persino discutere sui livelli e gli standard di accoglienza di cui hanno diritto i richiedenti asilo in fase di procedura.

Ma non si può derogare al principio il base al quale il diritto di chiedere asilo è inviolabile e soggettivo. La questione non è nemmeno quella di chiedersi quanti poi ottengano effettivamente protezione: ci fosse anche un solo individuo che alla fine viene riconosciuto come rifugiato, il suo diritto individuale verrebbe drammaticamente violato qualora provvedimenti sommari e collettivi (respingimenti, espulsioni, militarizzazione delle frontiere ecc.) gli impedissero sostanzialmente di raggiungere un paese sicuro in cui chiedere asilo.

A differenza quindi di quanto scritto da Ferrandi, l’Italia NON ha tutti i diritti di arginare il flusso migratorio che arriva dalle coste libiche. I diritti non possono essere a numero chiuso o negoziabili. Non valgono per un numero predefinito e suppostamente “sostenibile” di persone. O sono per tutti o non sono per nessuno. La questione piuttosto è se la politica oggi sia capace di interpretare e governare i flussi migratori e le loro cause, senza semplificazioni e scorciatoie. Richiamando l’Europa a una responsabilità comune che non può essere evocata solo in chiave repressiva e di prevenzione delle migrazioni, forzate o meno.

Se poi si guardano più da vicino i dati, emergono altri elementi che confutano persino l’allarmismo scatenato contro i cosiddetti migranti economici. Se può sembrare di “sinistra” rivendicare una ridefinizione dei criteri di concessione della protezione, andando a comprendere migranti che oggi risultano esclusi nelle classiche definizioni di chi è un “rifugiato” (dai profughi ambientali, alle vittime di violenza generalizzata, a chi subisce gli effetti devastanti delle politiche economiche e finanziarie portate avanti da soggetti pubblici e privati del nord del mondo), è senza colore politico il dato che mostra come le nazionalità così spesso evocate – anche dallo stesso Ferrandi – in quanto non meritevoli di protezione abbiano in realtà percentuali di riconoscimento più che significative. Nel 2016 i richiedenti asilo nigeriani si sono visti riconoscere una qualche forma di protezione nel 30 % dei casi. È tanto? È poco? Certo, è poco rispetto a più del 90 % di riconoscimenti degli eritrei – che per altro percorrono la stessa tratta –  o degli afghani, ma si tratta sempre di quasi diecimila persone che hanno trovato protezione nel nostro paese. Se a questo si aggiunge poi che nel 2016 circa il 70 % dei ricorrenti è stato riconosciuto in appello (pur non esistendo una percentuale disaggregata per nazionalità), la percentuale di titolari di protezione anche tra i nigeriani è sicuramente più alta. E non è probabilmente un caso che in questa fase di restringimento dei diritti il governo stia intervenendo su entrambi i fronti: rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso al territorio e quindi alla procedura di asilo e sempre più tortuoso e ostacolato il percorso giuridico di tutela per chi non viene riconosciuto in prima istanza. Come dire: se anche non sono migranti economici, li facciamo diventare. E da lì in poi, sembra legittimo qualunque distinguo e qualunque repressione.