Condividiamo un articolo di Luisa Regina, uscito su “Dialoghi mediterranei”, Periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo, sul tema della tratta, in particolare delle donne nigeriane.

di Lisa Regina

ph.-Anna-Vinciguerra

Blessing mi blocca sulla porta dell’ufficio alle 19.25 di un venerdì, mancano cinque minuti alla fine del turno. Giuro che se è per le pulizie della struttura questa volta me ne vado in orario. Invece mi dice che andrà dal suo fidanzato a Mantova per il fine settimana. Avvolto nel pagne in wax verde acido, Destiny dorme sulla sua schiena. La guardo. Sorride, è strumentale e so che non mi sta chiedendo il permesso, come so che probabilmente non andrà nemmeno a Mantova, ma una piccola comunicazione è meglio di quando sparisce staccando il telefono. I telefoni. Starà via tre giorni dice, li conta con le dita, partendo dal mignolo, anulare, medio. Nessun bagaglio, addosso ha solo Destiny, una parrucca posticcia in stile riccio afro di plastica, una maglietta e un paio di leggins leopardati di due taglie più piccoli.

Però è bella Blessing, profuma di talco e quando ride gorgoglia. A volte la osservo quando parla con altre ragazze nigeriane come lei. Sguaiate, mentre sono sedute a tavola in salotto guardando un film di Nollywood sul cellulare. Urlano, insultano il personaggio che ha tre fidanzate o la donna che tradisce il suo uomo come se loro potessero sentirle. Ridono con la bocca aperta. Origlio quando parlano tra di loro in pidgin, dopo tanti anni ho imparato qualche frase, ma più che i contenuti mi piace guardare i loro modi, come cambiano lo stile di interazione, sono molto diverse da come si relazionano con i vari “noi istituzionali”. Sembrano altre, sembrano più libere. No Wahala [1].

Di recente un collega insegnante di italiano mi ha spiegato che la struttura del pidgin nigeriano è simile all’italiano, anche se più semplificata, ma dato che nessuno lo sa continuiamo ad utilizzare l’inglese come lingua di insegnamento facilitando la comprensione ma complicando i meccanismi di apprendimento. Dice che finché continueremo così non riusciremo mai a metterle nella condizione più semplice per rendersi spendibili, adeguate al contesto di inserimento. Forse poco adeguate, ma che belle che sono, mentre mangiano l’egusi soup [2] con le mani e ballano Yemi Alade agitando i culi marmorei.

Ma l’atteggiamento di Blessing ora è molto diverso con me, sorride solo con la bocca, aspetta che io le dica che va bene e che non perderà il pocket money per i tre giorni contati sulle dita. Le guardo le mani e lo smalto sbeccato. Io lo so che sta andando a prostituirsi. A farsi prostituire. Perché deve 45 mila euro a Cinthya.

Cinthya è la sua maman, la sua sponsor, la donna che l’ha fatta trasferire da Caltanissetta verso il centro nord a seguito dello sbarco e che da allora la chiama in continuazione. A volte la contatta per darle appuntamenti, altre solo per controllarla. La sento urlare al telefono, non lo smartphone, quello piccolo che usa anche per le chiamate internazionali, non capisco cosa si dicano perché parlano Edo, ma non è che Blessing dica molto durante le telefonate, sì o no, più sì che no a dire il vero e poco altro. E forse non ha nemmeno un fidanzato, ma un Purray boy, o Centro boy [3] che spera che la sposi, alla fine di tutto. Come Blessing molte migliaia di ragazze hanno un fidanzato da sposare che le riabiliti socialmente e un debito da pagare che le liberi definitivamente.

Sono le donne vittime della tratta ai fini dello sfruttamento sessuale.