ÀNCORA – La sfida dell’integrazione e dei legami interculturali

ÀNCORA: PROGETTO SPERIMENTALE DI COMUNITÀ A SUPPORTO DELL’AUTONOMIA DEI TITOLARI DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE (PROG. 308 – CUP C99J17000030001) è un progetto finanziato attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020 – Obiettivo Specifico 1 – Obiettivo nazionale 1 – “Potenziamento del sistema di 1° e 2° accoglienza” che si è realizzato nei territori della provincia di Parma, della provincia di Brescia (città e Valle Camonica), della provincia di Torino (nei territori di Ivrea e Chivasso) e della città di Trieste nel biennio 2017/2018.

L’obiettivo generale del progetto è stato l’accompagnamento di persone titolari di protezione internazionale in uscita dai progetti SPRAR verso sperimentazioni innovative per il completamento del percorso di autonomia, e la creazione di sistemi territoriali stabili e permanenti che consentissero ai rifugiati di gestire in modo più consapevole l’uscita dai progetti SPRAR e la definizione dei loro percorsi.

Partner del progetto sono stati CIAC Centro Immigrazione Asilo Cooperazione internazionale di Parma e provincia (capofila), ADL ZAVIDOVICI Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovici Onlus – Impresa Sociale, Società Cooperativa Sociale K-pax Onlus, Mary Poppins SCS, ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus, Comune di Parma, Comune di Brescia e Comune di Malegno.

Il presente Report è stato curato dal Comitato Scientifico del progetto Àncora, così composto:

  • Michele Rossi, CIAC onlus (responsabile di progetto)
  • Chiara Marchetti, CIAC onlus (referente territoriale)
  • Maddalena Alberti, ADL a Zavidovici (referente territoriale)
  • Marco Zanetta, K-Pax (referente territoriale)
  • Luciano Cannone, Mary Poppins (referente territoriale)
  • Alberto Pecorari, ICS (referente territoriale)
  • Emanuela Dal Zotto, Università degli Studi di Pavia (ricercatrice)
  • Tiziana Mancini, Università degli Studi di Parma (ricercatrice)
  • Maria Cristina Molfetta, Fondazione Migrantes (ricercatrice)
  • Barbara Pinelli, Università degli Studi di Milano Bicocca (ricercatrice).

Si ringraziano inoltre per il contributo dato alla stesura del rapporto: Mattia Messena, Gabriella Presta, Isabella Sommi e Marcello Volta.

INTRODUZIONE

La sfida dell’integrazione e dei legami interculturali

di Michele Rossi

L’attuale congiuntura storica appare decisiva per ripensare il diritto d’asilo e con esso le forme e le modalità di una accoglienza che non può che essere proiettata verso la nuova cittadinanza interculturale. Ciononostante, sono ancora pochi sono i contributi scientifici che esplorano la relazione tra accoglienza, integrazione e relazioni interculturali.  E ancora meno quelli che hanno direttamente affrontato il tema della sfida del contatto e della trasformazione reciproca con le società d’asilo, considerando gli aspetti culturali ed identitari di cui sono portatori i migranti. Nonostante l’urgenza di definire concettualmente e operativamente il termine “integrazione” e di qualificarlo, sono stati intrapresi pochissimi lavori empirici per esplorare le circostanze in cui si verifica l’integrazione dei rifugiati e quali siano bisogni, percezioni, aspettative e desideri di questi ultimi.

La convivenza interculturale e l’integrazione sociale e culturale di nuovi cittadini in società di asilo attualmente segnate da profonde crisi sociali, politiche, istituzionali sono oggi infatti scarsamente considerate in relazione alle specificità delle nuove migrazioni forzate. Tale sottovalutazione impatta sulla stessa necessità di ridefinizione dei sistemi di accoglienza ed integrazione.

Le politiche nazionali ed internazionali sull’immigrazione sono sempre più marcatamente finalizzate alla protezione e conservazione delle società riceventi e non considerano (più) i processi migratori come parte del loro sviluppo o trasformazione. Questa evoluzione dello scenario politico concentra l’attenzione sul tema dei confini e delle politiche securitarie di controllo dei nuovi arrivi, focalizzandosi così sul tema dell’esternalizzazione dei confini, cioè sulle politiche di contenimento dei flussi verso i paesi europei ed americani, rinunciando a creare canali migratori legali e sicuri e promuovendo invece accordi con i paesi di transito (il più discusso e controverso è l’accordo UE-Turchia del 2016 o il recentissimo accordo tra Governo Italiano e Governo Libico del 2017), progettando la costruzione di muri e la fortificazione delle frontiere sino ad arrivare, più recentemente, alla chiusura dei porti. Tutti interventi volti a limitare il flusso migratorio in entrata, quali ne siano i costi umani e sociali, con funzione di deterrenza.

Questa focalizzazione è riconosciuta spostare il baricentro dai processi “interni” alle società a quelli “esterni” e – al tempo stesso –il focus attentivo dalla figura del migrante-rifugiato inteso come portatore di diritti, alla figura del migrante-illegale che sfida con una migrazione non autorizzata e illegale la capacità ricettiva degli stati sicuri, rivelandosi a questa come presenza indesiderata, minacciosa per gli equilibri sociali, politici, economici e culturali interni. Diversi studi scientifici hanno rilevato come a fronte di questa evoluzione delle politiche securitarie stiano cambiando anche le categorie attraverso le quali vengono definiti i migranti stessi. Come viene chiaramente riconosciuto all’interno della psicologia sociale, le categorie sono costruzioni sociali determinate attraverso il discorso che hanno implicazioni nel mondo reale per coloro che vengono classificati perché definiscono “chi è chi” e quindi anche “chi ottiene ciò”.

A diverse categorie corrispondono attribuzioni di valore e qualità molto diverse: tuttavia in tutte quelle oggi diffuse per etichettare i migranti forzati è in rapida eclissi il tema dei diritti sociali. I rifugiati tendono infatti ad essere oggi rappresentati come meritevoli di sostegno eminentemente in quanto categoria morale e, quindi, sulla base della loro vulnerabilità. Sono quindi persone da sostenere per un dovere etico, non per diritto. Ai rifugiati “vulnerabili” si aggiungono altre categorie, tra cui i profughi, richiedenti asilo, i richiedenti asilo falsi (o bogus refugees), i migranti, i migranti economici e gli immigrati ‘illegali’, rappresentati come indegni del sostegno perché sono categorie immorali. L’inferenza in questi casi è che i nuovi migranti sono persone che cercano di ottenere ingiustamente dagli Stati europei ciò di cui non dovrebbero beneficiare. Si deduce, comunque, che i nuovi migranti, anche quando presentati come vittime e costituiscono un peso sociale e che le popolazioni locali dovranno sacrificare qualcosa per sostenerli.

Alla costruzione sociale delle nuove categorie di migranti hanno contribuito non solo le politiche sociali degli Stati accoglienti, ma anche il modo in cui i media hanno affrontato la tematica. La forte enfasi politica e mediatica sul tema delle nuove migrazioni, gravita oggi, infatti, attorno a due concetti chiave: quello di “crisi” e quello di “emergenza” ed essi sembrano orientare ed indirizzare anche lo stesso dibattito scientifico e culturale. Si consolida così quel frame concettuale interpretativo ed operativo fortemente schiacciato sul presente – la regolazione degli arrivi – di cui prima si parlava, frame che non riesce ad incorporare in sé né uno sguardo più ampio sul fenomeno (cause, fattori), né una prospettiva temporale adeguata a coglierne gli sviluppi futuri sia per i migranti e sia per le società ospitanti. Tale impostazione finisce, infatti, con il trascurare fortemente non solo ogni ipotesi di risoluzione delle cause che a monte producono l’attuale flusso migratorio, ma anche le caratteristiche intrinseche di quest’ultimo e, soprattutto, una riflessione prospettica circa ciò che “succede dopo gli arrivi” per chi riesce a raggiungere un paese sicuro e a ottenerne una qualche forma di protezione.

Il dibattito pubblico sembra quindi polarizzarsi su posizioni dicotomiche favorevoli o contrarie all’accoglienza e certamente trascura la domanda su “quale” accoglienza possibile e su quale accoglienza in relazione alla costruzione della società di domani. Non solo: tale schiacciamento sulla gestione e sul presente ha fortemente trascurato una componente, quella dei migranti stessi, quali figure di nuovi e possibili cittadini in integrazione nel corpo sociale. Non solo così si sono ampiamente disconosciuti ampie problematiche sociali generali, come ad esempio un mercato del lavoro che richiede strutturalmente manodopera al nero e – allo stesso tempo – si è evidenziato anche un consistente rischio di de-individuazione, ma anche e soprattutto di de-culturazione dei migranti. Un rischio sempre presente e riconosciuto dalla letteratura scientifica ma che, amplificato dal contesto attuale di emergenza, di diffusa ostilità e di percezione di invasione da parte della società di asilo, assume una particolarmente cogenza, orientando politiche, pratiche e atteggiamenti. Il mancato riconoscimento dei fattori storici e politici di cui i migranti sono portatori e che in genere sono anche quelli che ne hanno motivato la migrazione, rischia infatti di negare quelle dimensioni culturali che sono cruciali nelle negoziazioni identitarie nei paesi di destinazione e nelle più ampie trasformazioni sociali che li implicheranno in qualità di nuovi cittadini.

2. Quale integrazione

Queste coordinate influiscono anche nel pensiero che riguarda l’”integrazione”, che – entro le coordinate sopra descritte, perde gli attributi qualificanti di processualità e, in particolar modo, di processualità non unidirezionale, ma biunivoca, basata su un principio di reciprocità. È il migrante chiamato ad integrarsi, o meglio ad assimilarsi, perdendo e dismettendo ogni differenza in un corpo sociale, presunto unitario, statico e invariante.

Molti studiosi e ricercatori hanno osservato come ad oggi anche il termine integrazione sia carico di significati irriflessi e morali: è frequentemente, usando una frase iconica, il “volersi” o il “non volersi” integrare a tracciare ulteriori confini tra le categorie di migranti; un volere che è indipendente dalle condizioni di contesto, dalle risorse a disposizione, dall’atteggiamento stesso – di apertura o di rifiuto – della società ospitante. Un pensiero che trascura anche un ulteriore fatto: le comunità autoctone sono loro ampiamente dis-integrate, o “atomizzate” e faticano anche all’interno di coordinate e riferimenti culturali condivisi a ricostruire legami sociali solidi e funzionali. E l’integrazione, se è un processo di trasformazione, non potrebbe che avvenire per prossimità, mai per segregazione e marginalizzazione.

Osservata dal punto di vista del migrante, la fase di insediamento autonomo nella società è una sfida di grande complessità. Anche assumendo, solo in via ipotetica e per semplicità, che essa avvenga in seguito al riconoscimento giuridico dello status di rifugiato, con il permesso di soggiorno e la legittimazione a risiedere nel paese di asilo, essa appare – in assenza di politiche e di contesti attrezzati- soverchiante. Concluse, infatti, le procedure burocratiche di identificazione e l’esame della domanda d’asilo – che coincide con il periodo di accoglienza istituzionale e ne detta la durata – cessano per i più i servizi sociali e socio-sanitari dedicati. Numerose ricerche hanno evidenziato come il rifugiato nello sperimentare la propria autonomia sia soverchiato da diversi problemi quotidiani prima moderati dai regimi di accoglienza/assistenza: l’emergenza di bisogni primari come cibo, acqua, vestiti, alloggio e trasporti, l’apprendimento della nuova lingua magari ancora non perfezionato, il lavoro, l’orientamento nei nuovi sistemi di servizi sociali e sanitari, la percezione di pregiudizi e razzismo, debiti precedenti maturati durante il viaggio o l’attesa, la mancanza di familiari, amici.

Questioni che impongono di organizzare e gestire parallelamente, e spesso individualmente, i rapporti con una pluralità di interlocutori come scuole, servizi sanitari, agenzie, imprese, vicinato, enti intermedi; ciascuno afferente a diversi domini di vita e ciascuno da comprendere in termini di regole, ruoli, valori, comportamenti, aspettative. L’assunto è infatti, che le sfide dell’integrazione, per molteplicità e articolazione, siano potenziali predittori di stress e dei comportamenti socialmente indesiderati a esso correlati, primi fra tutti, la sofferenza psichica e l’isolamento sociale.

il nuovo contesto socio-culturale, ancora largamente sconosciuto, moltiplica infatti gli elementi di incertezza e precarietà, generando una pressione acculturativa che senza un’adeguata preparazione e accompagnamento o senza le reti familiari allargate e dense dei contesti di provenienza, rischia di soverchiare le risorse del singolo individuo.

Rhodes (2015) ha mostrato quindi come siano spesso le comunità etniche nel paese d’asilo a supplire, senza riconoscimento né legittimazione istituzionale, e quindi in modo informale e volontaristico, alla assenza dello Stato nel ruolo di community building della nuova cittadinanza. Stoll e Johnson (2007) hanno riportato come non appena fosse possibile, i rifugiati tendano a trasferirsi verso luoghi in cui sono presenti enclave etniche, ossia dove i loro bisogni di supporto sia materiale che emotivo potevano essere soddisfatti dall’incontro con le comunità di appartenenza. Anche Haley (2014) ha evidenziato come a fronte della impreparazione individuale ad affrontare il nuovo contesto, il supporto della comunità etnica fosse stato per i rifugiati fondamentale anche per azioni apparentemente banali, come ottenere le informazioni sui trasporti pubblici, imparare a fare la spesa e gestire il bilancio familiare, fissare gli appuntamenti sanitari, reperire interpreti, compilare moduli.

Barnes e Aguilar (2007) hanno osservato come lo stabilirsi di comunità etniche ben organizzate all’interno del paese ospitante possa garantire continuità rispetto alle proprie tradizioni culturali e fornire framework adeguati per la socializzazione, il supporto emotivo e la possibilità di distribuzione delle risorse collettive tra connazionali. Secondo altri autori questo apporto è fondamentale per il benessere psico-emotivo dei migranti forzati. Prossimità culturale e supporto emotivo sono, infatti, due fattori che rendono trasmissibile il know how esperienziale tra chi ha già vissuto prima la stessa esperienza e i nuovi arrivati, che possono così regolare le loro attese e riconnettere passato e presente. Tuttavia, hanno osservato Griffiths, Sigona e Zetter (2006), senza un più ampio contesto di integrazione garantito dalla società ospitante, i rapporti inter-etnici, spesso (se non sempre) informali, rischiano di isolare il migrante attraverso ciò che gli autori definiscono “effetto bozzolo” con il rischio di una forte frammentazione del corpo sociale in micro-comunità giustapposte ed isolate le une dalle altre.

Le evidenze fornite da questi studi internazionali evidenziano un tema, la mancanza di servizi “di integrazione” sociale, economica e culturale per i migranti cui è stata riconosciuta una forma di protezione, applicabile anche al nostro contesto nazionale, nel quale manca ancora un quadro giuridico-legale di riferimento. Tuttavia permettono di leggere sotto nuova luce l’esperienza storica di una forma di accoglienza peculiare italiana, l’accoglienza “diffusa e integrata” del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e di assumerne alcune prerogative.

1.3 L’accoglienza integrata e diffusa

Lo SPRAR ha costituito un modello unico in Europa per il carattere distintivo di operare in prossimità e non in regime di segregazione. Tale carattere ha il merito di preparare l’integrazione. Fin dalla sua nascita, lo SPRAR ha preso infatti in considerazione non solo le condizioni di accoglienza materiale, ma anche il potenziale di un contatto interculturale precoce per favorire l’integrazione di coloro che avranno il diritto di rimanere permanentemente sul territorio italiano. L’esatto contrario dell’approccio di contenimento in luoghi di segregazione. Sistema unico per richiedenti asilo, titolari di protezione umanitaria e internazionale sino all’entrata in vigore del DL 113/18, ossia sino ad ottobre 2018, l’assunto fondante è che le persone inserite in questo sistema pubblico potevano essere considerati cittadini futuri e quindi godere quanto, o meglio sin da subito, di diritti e servizi, ma anche delle opportunità sociali per posizionarsi positivamente nella comunità locale.

Vivere sin dalle prime fasi dopo l’approdo in Italia in una accoglienza integrata e diffusa ad esempio in un progetto territoriale SPRAR, ha significato infatti poter alloggiare in appartamenti, in forma autonoma, all’interno di condomini, quartieri, paesi e città dove poter sviluppare relazioni di prossimità e vicinato. Ha consistito, per la salute, nel rivolgersi, al pari di un cittadino italiano, al medico di base territorialmente competente e ai servizi della medicina di territorio; potersi rivolgere al Comune di residenza per i servizi di informazione, orientamento, anagrafici e – se del caso – sociali; studiare presso i Centri di Istruzione territoriale, rivolgersi per la qualificazione professionale o per la ricerca del lavoro agli enti formativi, ai sindacati ed agli uffici del lavoro territoriali. Ha significato anche, proprio per l’assenza di barriere fisiche e luoghi concentrazionari, poter sperimentare il contatto e la relazione con una pluralità di attori sociali: dagli esercenti per gli acquisti della quotidianità, ai luoghi ricreativi (bar, cinema, eventi), dalle società sportive, agli incontri pubblici e quanto altro: uffici postali, banche, agenzie. Costruendo in tal modo esperienze, competenze e risorse relazionali utili per moderare lo stress sopra descritto, ampliando i repertori comportamentali e comprendendo via via i diversi codici, aspettativi, registri linguistici attraverso la partecipazione. Ha significato anche, infine, poter sperimentare la libertà di incontrare e frequentare propri connazionali, altri rifugiati, comunità religiose e gruppi politici, sindacali o di volontariato. Poter non solo quindi essere socializzati alla cultura del paese ospitante partecipandola in vivo, ma anche poter mantenere riferimenti identitari e comunitari, di enorme importanza per affrontare le sfide personali dell’adattamento socio-culturale ma anche per mantenere affetti, pratiche condivise e il senso di una continuità biografica.

In una parola, il sistema dell’accoglienza integrata e diffusa ha generato una pratica di integrazione sin da subito capace di preparare alla sfida del “dopo” l’accoglienza, allenando l’autonomia e accompagnandone lo sviluppo.

Questo è avvenuto e avviene pur permanendo nei servizi territoriali barriere linguistiche, culturali, amministrativo-burocratiche e comportamentali; e pur osservando che nei luoghi dell’incontro e della socialità le relazioni interpersonali e sociali possono comunque essere ostacolate e condizionate dalla presenza di mura invisibili del pregiudizio, della intolleranza e dell’ostilità. Così come, senza un adeguato riconoscimento e valorizzazione nella più ampia società le comunità etniche o etnico-nazionali finiscono più spesso a costituire una forma di protezione informale e alternativa al circuito istituzionale, che non attori sociali di una costruzione condivisa. Territori che hanno investito sul modello SPRAR e che si sono provati a realizzarne pienamente le premesse hanno tuttavia conseguito risultati significativi in termini di coesione sociale e ampliamento di reti sia di servizi che di attori sociali, facilitando, quindi, uno scambio reciproco e costituendo una sorta di pratica di “cittadinanza anticipata” per i migranti, ma anche vedendo arricchirsi i servizi pubblici per tutta la cittadinanza. Il rapporto attivo con la comunità di accoglienza e la trasformazione reciproca fa da premessa alla costruzione delle reti sociali più eterogenee e articolate e queste sono motore di importanti sviluppi culturali ma anche economici.

In questa lettura l’accoglienza integrata e diffusa va nella direzione teorizzata dal modello di integrazione di Ager e Strang (2004), che hanno proposto un framework concettuale per individuare i processi di integrazione formulando un modello a piramide rovesciata che appoggia su “diritti e cittadinanza” come pietra fondante. Con tale garanzia, salendo lungo la piramide, abbiamo un livello di “facilitatori” individuati in “conoscenza culturale” e “linguaggio”, che a loro volta fanno da premessa alle “connessioni sociali”, suddivise in “ponti”, “legami” e “contatti”, che a loro volta presiedono a quattro indicatori fondamentali, indicati in Alloggio, Lavoro, Formazione e Salute.

Il modello è innovativo perché individua nella triplice declinazione dei rapporti sociali (ponti, legami e collegamenti), lo sviluppo del fondamento – diritti e cittadinanza – e la base su cui poggiano occupazione, abitazione, educazione e salute. Senza tale sviluppo, e senza che tale sviluppo non realizzi una rete sociale, non vi può essere integrazione. Non solo: il framework di Ager e Strang sposta il baricentro dai percorsi isolati di “adattamento”, ai percorsi collettivi di costruzione delle relazioni sociali. Sono queste la chiave per orientare il processo di accoglienza e integrazione. Interpretato in forma estensiva, consegna un mandato alle società riceventi e – in esse – alle politiche di accoglienza: creare i ponti, i contatti e i legami sociali, non per, ma con i migranti stessi: rapporti sociali istituzionali, contatti cui rivolgersi, ma anche relazioni significative da un punto di vista identitario e personale. Solo così al vertice del processo (si badi: non come premessa di un effettivo riconoscimento) potremo trovare alloggio, lavoro, formazione e anche salute. In questa direzione appare opportuno citare una definizione di Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1986), che afferma: “La salute è la misura in cui un gruppo o un individuo possono, da un lato, realizzare le proprie ambizioni e soddisfare i propri bisogni e dall’altro, evolversi con l’ambiente o adattarsi a questo. La salute è dunque percepita come risorsa della vita quotidiana e non come il fine della vita: è un concetto positivo che mette in valore le risorse sociali e individuali, come le capacità fisiche”. Nello stesso frame concettuale, ad ulteriore conferma della centralità del concetto di risorse sociale, L’OMS (1998) definisce la Promozione della Salute così: “un processo globale, sociale e politico, che non comprende solo le azioni dirette a rinforzare le capacità degli individui, ma è primariamente volta alle azioni che sono dirette a cambiare le condizioni sociali, economiche, ambientali, in modo tale che si riduca l’impatto sulla salute, pubblica e individuale, di tutto quanto è sfavorevole alla salute, e si incentivi quanto la incrementa”.

Il framework di Ager e Strang ha sufficiente forza esplicativa per orientare prassi e azioni, ed individua quindi nella reciprocità della costruzione relazionale un principio molto diverso da quello dell’”adattamento all’esistente” e descrive un nuovo spazio di interazione, tracciando un possibile orizzonte condiviso alla base del patto di corresponsabilità sociale: le definizioni di Salute e della sua Promozione insistono sul medesimo principio, il cambiamento delle condizioni sociali, economiche e ambientali che ostacolano non solo le capacità degli individui, ma il comune e collettivo sforzo di ridurre l’impatto dei fattori ostacolanti una evoluzione delle condizioni generali in modo sensibile ai a bisogni, desideri e alle capacità di ognuno.

È questo modello, in grado di ribaltare la nozione di integrazione, che il progetto Àncora ha provato a tradurre in pratiche e servizi innovativi. È alla definizione di integrazione che vi è sottesa che ha fatto riferimento l’implementazione del progetto: alloggio, lavoro, salute e formazione non sono la premessa dell’integrazione; ne sono il possibile risultato se ne sono soddisfatti i requisiti: se non vi è certezza del diritto non vi è senso di sicurezza e conoscenza linguistica e culturale e se non vi sono queste non si creano le interconnessioni. Una prospettiva processuale certamente distante – o meglio antipodica –  rispetto l’attuale dibattito e anche al nuovo quadro normativo, da pochi giorni in vigore.

Ed è anche per questa ragione che si è scelto, in premessa, di focalizzare, formalizzandolo, il ragionamento progettuale, esponendone tutti gli assunti, di modo che possa guidare il lettore nell’analisi delle sperimentazioni realizzate, dalla figura del Tutor Territoriale dell’Integrazione alla fondazione di luoghi di coordinamento inter-istituzionale; dalla metodologia del Piano Individualizzato di Integrazione Territoriale, alla definizione di nuovi strumenti di indagine; nonché nell’analisi critica dei risultati raggiunti.

1.4 Le premesse alla base dell’approccio Àncora

Le premesse che hanno configurato l’impostazione progettuale, metodologica e operativa sono quindi qui riassunte:

  1. L’attuale dibattito sociale mediatico affronta la tutela e l’integrazione della popolazione rifugiata come questione “a sé stante”, in modo separato dalla riflessione sui processi sociali “interni” alle società riceventi, come ad esempio le trasformazioni sociali e culturali dei territori e dei servizi di welfare;
  2. L’attuale dibattito assume la sola prospettiva delle società riceventi e sembra farlo con la considerazione pregiudiziale che le attuali migrazioni forzate un fenomeno temporaneo, gestibile attraverso misure specifiche e che “prima o dopo” l’ordine delle cose sconvolto sia ripristinato;
  3. La focalizzazione delle politiche sull’immigrazione si concentra su presidio dei confini e sul riconoscimento giuridico in entrata e non sui processi di interazione sociale culturale che avvengono dopo l’approdo;
  4. L’attuale dibattito declina la questione immigrazione in termini securitari e conseguentemente sviluppa apparati di controllo e di segregazione invece di promuovere contatto e influenza reciproca;
  5. Esiste, benché recente in Italia, una storia dell’asilo e dell’accoglienza diffusa e integrata (realizzata attraverso il sistema SPRAR) dei rifugiati e pur con contraddizioni, esprime ed esplode modelli operativi e fornisce pratiche significative di integrazione socio-culturali che riconoscono e valorizzano le diverse soggettività implicate;
  6. Questa storia non nasce con l’emergere del fenomeno delle migrazioni forzate ma radica e si innesta in una linea generativa sociale culturale che ha modellato la costruzione dei servizi di comunità e basato sulla costruzione dei sistemi relazionali interpersonali e sociali generativi ed inclusivi;
  7. Fornita di un modello concettuale che ne chiarisca e socializzi il mandato, l’accoglienza integrata e diffusa può essere sviluppata attraverso servizi innovativi, specificamente destinanti a promuovere una integrazione comunitaria in reti sociali culturalmente eterogenee, in cui ogni persona, possa trovare, in forma attiva, collocazione e cittadinanza;
  8. Tale processo non può prescindere dalla certezza del diritto di asilo, dal riconoscimento della specificità culturale e soggettiva del migrante ed anche da un accompagnamento esperto alla piena autonomia attraverso il contatto e la prossimità interculturale.

Tali preliminari osservazioni vogliono quindi condurre nel tentativo di operare una rilettura della questione “integrazione”, cambiando la prospettiva di osservazione ed il modo di affrontarla, leggendola cioè come sfida che coinvolge e mobilita l’intero corpo sociale, i suoi attori e i suoi processi e i suoi sistemi formali e relazionali.

Reinterpretare la migrazione forzata e le politiche dell’accoglienza e l’integrazione come una sfida al cambiamento dell’intera società apre uno spazio di riflessione diverso che ha al centro – dichiarato ed esplicito – il tema del futuro, della relazione interculturale e della convivenza, quindi del patto che la sorregge. Verso tale prospettiva è possibile pensare in termini di progetto e affrontare come problemi come processi aperti, senza un esito deterministico, e alla cui soluzione partecipano le diverse componenti sociali. Un cambiamento che per essere orientato e produttivo manifesta l’urgenza di una dimensione collettiva e negoziale al tempo, che proponiamo essere la cittadinanza, nella definizione di Fredrickson: “La cittadinanza è un confine in movimento, l’esito di un processo attraverso cui gruppi, diritti, equilibri di una società continuamente si ridefiniscono.”