DECRETO IMMIGRAZIONE: EFFETTI DELL’ABROGAZIONE DELLA PROTEZIONE UMANITARIA E NOSTRE PROPOSTE DI RIFORMA

Cosa prevede il decreto

L’articolo 1 del decreto Salvini prevede che sia abolito il riferimento alla concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari previsto dal Testo unico sull’immigrazione (legge 286/98). Attualmente la legge prevede che la questura conceda un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che presentano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, oppure nel caso di persone che fuggano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea. Nel 2017 l’hanno ottenuto per esempio molti giovani migranti provenienti da Gambia (da cui partono molti minori non accompagnati), Mali (al 144° posto del Global Peace Index nel 2018), Bangladesh (vittima di un misto di discriminazioni interne e di ricorrenti catastrofi ambientali). La protezione umanitaria può essere riconosciuta anche a cittadini stranieri che non è possibile espellere perché potrebbero essere oggetto di persecuzione (articolo 19 della legge sull’immigrazione) o in caso siano vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi il permesso ha caratteristiche differenti. La durata è variabile dai sei mesi ai due anni ed è rinnovabile. Questo tipo di tutela è stata introdotta in Italia nel 1998 ed è regolata dall’articolo 5 comma 6 del testo unico 286/98. Al posto della protezione umanitaria, il decreto introdurrebbe dei permessi di soggiorno per “casi speciali”, attivabile solo in caso di condizioni di salute di “eccezionale gravità”, di calamità naturale. In entrambi i casi il permesso non è rinnovabile (a meno che non permanga la gravità delle condizioni di salute), né convertibile in permesso per lavoro.

Cosa è accaduto finora

Negli ultimi 10 anni (2008-2017) più di 100mila richiedenti asilo hanno ottenuto il permesso umanitario che ha consentito loro di continuare a vivere e lavorare regolarmente in Italia. Solo nel 2017, su circa 81mila domande esaminate in Commissione, più di 20mila hanno avuto per esito la proposta della protezione umanitaria. Anche a Parma, tra i richiedenti asilo seguiti dal CIAC, sono decine i migranti che hanno ricevuto la protezione umanitaria (benché in percentuale minore rispetto alla media italiana, 21% rispetto al 25%) e che oggi si ritroverebbero in condizioni di irregolarità. Invece sono stati inseriti in un progetto SPRAR e in molti casi hanno compiuto grandi progressi nel loro percorso di integrazione socio-economica. Basti pensare che in questo momento nello SPRAR “Una città per l’asilo” (Comune di Parma) sono accolti 33 protetti umanitari, il 34% del totale: per loro l’approvazione del decreto Salvini comporterebbe la fine dell’accoglienza, la strada. Stessa sorte per i 31 protetti umanitari (32%) presenti nel progetto “Terra d’asilo” (Comune di Fidenza, due distretti socio-sanitari). Tra di essi molte donne sole, anche con bambini piccoli a carico, e quasi tutti i neo-maggiorenni che sono arrivati da minori stranieri non accompagnati e che sono passati da una comunità per minori al progetto SPRAR.

Quale sarebbe l’effetto del decreto

Contrariamente a quanto propagandato dall’attuale Governo, abrogare la protezione umanitaria porterebbe a maggiore irregolarità e a un probabile incremento della marginalità sociale, e conseguentemente della criminalità. Non solo perché meno persone riceverebbero protezione (e si è sempre trattato finora di persone che ne avevano davvero bisogno e diritto) e perché molti migranti non avrebbero più modo di regolarizzare la loro posizione (ed è demagogico pensare che tutti gli irregolari e i diniegati possano essere rimpatriati forzatamente nei paesi d’origine), ma anche perché le ricerche rivelano che la regolarità abbatte il tasso di criminalità tra gli stranieri: come emerge dalla ricerca dall’economista della Bocconi Paolo Pinotti, gli stranieri che ottengono il permesso di soggiorno sono del 50% in meno propensi a commettere reati economici gravi (furti, rapine, spaccio) rispetto a chi non ha potuto mettersi in regola. Gli stranieri regolari invece hanno dati di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso.

Cosa propone CIAC

A livello nazionale, la protezione umanitaria va assolutamente mantenuta. È uno strumento di garanzia, legalità, integrazione che tutela i migranti e allo stesso tempo le comunità che li ospitano. La convertibilità dei permessi di soggiorno umanitari in permessi di lavoro ha consentito la stabilizzazione e l’inserimento socio-economico di migliaia di persone. Nostri vicini di casa, colleghi, genitori dei compagni di classe dei nostri figli. Cittadini e contribuenti come tutti noi. Basta aprire le porte di Tandem, progetto di co-housing tra giovani italiani e giovani migranti per scoprire che sono quasi tutti titolari di protezione umanitaria che dopo un anno escono dal progetto portando con sé un più forte senso di appartenenza, contratti di lavoro più stabili e nuovi amici italiani. Non c’è motivo di privare il Paese di uno strumento che tra l’altro è diffuso in molti altri Stati europei, tra cui Malta, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Danimarca e Regno Unito.

Nel breve periodo, è importante informare tutti i titolari di protezione umanitaria dell’alta probabilità che i loro permessi non vengano rinnovati (in questi mesi la stretta sui rinnovi si era già fatta sentire) e anche per questo è necessario facilitare il più possibile la conversione in permessi per lavoro, per chi ne ha la possibilità. Ovvero chi ha un contratto di lavoro, anche a tempo determinato, che assicuri risorse economiche sufficienti (non inferiori all’importo annuo dell’assegno sociale, pari a € 5.889,00 per il 2018), una dichiarazione di ospitalità o residenza (possibilmente in un luogo ad una distanza verosimile dal luogo di lavoro), e in assenza di condanne ostative ed espulsioni pregresse.

A livello europeo, la protezione sussidiaria va riformata ed estesa. Come già argomentato da Gianfranco Schiavone, vice presidente di ASGI, nell’ultimo Rapporto Migrantes sul Diritto d’asilo, la vigente nozione di “danno grave” prevista dal diritto dell’Unione non fornisce risposta a una molteplicità di situazioni individuali che non possono semplicisticamente essere ignorate o identificate a libere scelte di cambiamento della propria condizione di vita.  Lo si vede in modo lampante in tutti i numerosi casi nei quali l’individuo fugge da una situazione di disordine, di grave instabilità politica e da violazioni dei diritti umani fondamentali che ancora non ha assunto le caratteristiche specifiche del conflitto armato interno (e che difficilmente può essere ricondotta al timore fondato di persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra), ma che comunque ha già inciso in maniera grave sulla vita e la sicurezza di quell’individuo. O ancora lo si vede nella situazione di coloro che, migrati spesso da molto tempo dal loro paese, si trovano in situazioni di seria vulnerabilità e non possono più fare ritorno anche perché hanno perso ogni effettivo legame con il contesto di origine, sono rimasti privi di sostegni famigliari e il loro rientro li esporrebbe a situazioni disumane e degradanti.

Devono essere promosse vie di ingresso legali, sia per i rifugiati (corridoi e visti umanitari, reinsediamenti, facilitazione ai visti per ricongiungimento familiare e studio), sia per i migranti per lavoro. In generale è assolutamente auspicabile che siano riaperte in modo sistematico delle quote di flussi in ingresso che rispondano alle reali esigenze del mercato del lavoro italiano, oltre che alle aspirazioni di chi è risoluto a migrare dal proprio paese. Evitare i rischi per l’incolumità e l’indebitamento mostruoso cui sono sottoposti i rifugiati e gli altri migranti che cercano di arrivare in Italia renderebbe più umano e dignitoso il loro viaggio e l’insediamento nel Paese di destinazione, e allo stesso tempo li libererebbe da quel cappio che impone di ripagare – il prima possibile e a ogni costo – cifre insostenibili che espongono i neo-arrivati a condizioni protratte di ricattabilità e sfruttamento. Se si intende davvero contrastare le reti criminali di trafficanti di esseri umani, fuori e dentro il nostro Paese, e abbattere il livello di criminalità, la soluzione non è ridurre i diritti e aumentare la marginalità e l’opacità sociale, ma rendere più trasparenti, più verificabili e più garantiti i percorsi di immigrazione e di integrazione.