ARTICOLO PUBBLICATO SU “DALLA PARTE DEL TORTO” – PRIMAVERA 2019
di Chiara Marchetti, CIAC Parma

Il decreto “Immigrazione e sicurezza” è arrivato come un tornado – annunciato, ma comunque un tornado – a spazzare via diritti e prassi di accoglienza che si stavano faticosamente consolidando. Il 4 ottobre 2018 l’approvazione del decreto, cui è seguita ai primi di dicembre la conversione in legge votata a larga maggioranza del Parlamento, ha minato le basi del diritto d’asilo in Italia. Un intervento normativo che ha prodotto da subito conseguenze molto gravi, sia per i migranti forzati che per il mondo dell’accoglienza. Ma che non manca di creare problemi anche alla popolazione locale. Benché il decreto intervenga su molti aspetti, qui basta segnalare due delle principali novità negative: l’abolizione della protezione umanitaria e lo smantellamento del sistema pubblico di accoglienza.

La protezione umanitaria, introdotta in Italia nel 1998, ha dato piena attuazione al dettato costituzionale che prevede di tutelare tutti quegli stranieri che nel loro paese di origine non possono godere delle libertà garantite dalla Costituzione italiana, una tutela quindi ben più ampia di quella tratteggiata dalla definizione di rifugiato contenuta nella Convenzione di Ginevra. Attraverso la protezione umanitaria negli ultimi dieci anni più di 100mila richiedenti asilo – per lo più entrati irregolarmente in Italia attraverso la pericolosa rotta del Mediterraneo centrale, ma anche dai Balcani – hanno potuto rimanere regolarmente nel nostro paese e in molti casi stabilizzare la loro posizione convertendo il permesso umanitario in uno per motivi di lavoro, a compimento di un percorso di integrazione sociale e lavorativa. Percorsi quindi di regolarità, di piena visibilità e trasparenza nei confronti delle istituzioni e delle comunità locali, percorsi di diritto che prevedevano anche, in applicazione delle direttive europee e delle normative nazionali, un periodo di accoglienza istituzionale secondo precisi standard sia durante la fase di procedura di asilo che per almeno i 6 mesi successivi al conseguimento di qualsiasi forma di protezione. Un’accoglienza che a partire dal 2015 almeno formalmente doveva avvenire nella forma dell’accoglienza integrata, diffusa ed emancipante incarnata dal modello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Anche se nei fatti l’accoglienza emergenziale è rimasta maggioritaria al crescere del numero di posti (fino a un massimo di 200mila nel 2017), la scelta di virare verso un modello ordinario, capillare sul territorio nazionale, integrato al welfare locale attraverso la responsabilità degli enti locali e la sussidiarietà praticata dal terzo settore, era stata presa in modo netto e in parziale controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei.

Ed è proprio su questo che è intervenuto pesantemente il decreto. Su questo aspetto è necessaria qualche precisazione in più che renda comprensibile anche ai non addetti ai lavori gli effetti di un cambiamento che solo all’apparenza può sembrare meno grave. Non si tratta solo di un cambio di etichetta. Il già menzionato SPRAR diventa SIPROIMI. Svolgendo l’acronimo, si inizia a capire il cambio di rotta: nasce infatti il Sistema di protezione per i titolari di protezione internazionale e i minori non accompagnati. Mentre lo SPRAR prevedeva una presa in carico all’interno dello stesso sistema sia dei richiedenti che dei titolari di protezione, il neonato SIPROIMI si rivolge solo a chi ha già ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale (oltre ai minori). Abolita la protezione umanitaria e rimpiazzata da categorie residuali di cui solo nei prossimi mesi si comprenderà la reale portata, esclusi i richiedenti asilo, nel sistema istituzionale di accoglienza rimarrà solo la sparuta minoranza dei rifugiati e titolari di protezione sussidiaria (complessivamente circa il 10% delle domande esaminate nel 2018). Un sistema quindi “a esaurimento” anche rispetto alle sue funzioni: avviare un percorso di integrazione sociale, economica e alloggiativa con i ristretti tempi di permanenza post-riconoscimento sarebbe già un’impresa. Ma diventa una missione quasi impossibile se si aggiunge che nella fase di richiesta asilo – l’unica per altro rispetto alla quale vige un obbligo di accoglienza da parte degli Stati, disciplinato da una direttiva europea in materia – i migranti vengono accolti all’interno di quelli che oggi sono i CAS (Centri di accoglienza straordinaria), privati tuttavia dei finanziamenti e del mandato per operare una qualsiasi forma di integrazione e di tutela degli accolti. Con un capitolato di spesa inferiore a quanto previsto persino per un canile, possono sopravvivere solo centri di grandi dimensioni, dei meri parcheggi nei quali non sono previsti corsi di italiano, tutela legale, assistenza sanitaria, corsi di formazione, tirocini, attività di socializzazione. Vite rinchiuse e sospese, in attesa di un probabile diniego e di un futuro da irregolari in Italia, nell’invisibilità e nel ricatto dello sfruttamento.

Il consenso a queste politiche sembra crescere e guadagnare terreno sia da un punto di vista elettorale che da un punto di vista del consenso sociale: la vittoria della Lega nelle tre ultime elezioni regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata sembra confermare questa tendenza, così come i sondaggi che riconoscono al partito circa il 32 % di consensi nell’orientamento di voto. Parallelamente una recente ricerca del Pew Center ha evidenziato come tra 18 paesi con la più elevata presenza di migranti, l’Italia sia uno di quelli in cui è più elevato il numero di cittadini che considerano l’immigrazione un peso e non una risorsa per il paese (solo Grecia e Ungheria fanno peggio di noi) e in cui viene in assoluto percepita la maggiore correlazione tra presenza di migranti e rischio di terrorismo.

Ma questi dati non raccontano tutta la storia. Proprio in seguito all’approvazione del decreto (in)sicurezza sono iniziate le reazioni vivaci e rumorose di tante componenti della società civile e delle istituzioni che in diverse forme hanno voluto esprimere il loro dissenso nei confronti delle politiche governative e manifestare un diverso atteggiamento nei confronti di migranti e rifugiati. Movimenti e posizioni che in gran parte esistevano già, ma che si sono moltiplicate e rafforzate con una visibilità e una potenza nuove.

In seguito al decreto si sono mosse le istituzioni, in primis numerose regioni con un diverso colore politico rispetto al governo che, se pur con azioni differenti, hanno levato le proprie voci contrarie: Toscana, Piemonte, Umbria, Emilia Romagna, Basilicata, Lazio, Sardegna, Marche. Anche a livello più locale, almeno un centinaio di Comuni hanno preso posizione, votando per esempio ordini del giorno o mozioni di rifiuto del decreto: tra questi anche il Comune di Parma che a inizio dicembre ha approvato a larga maggioranza una mozione in cui esprime contrarietà al decreto Salvini e impegna in consiglio nella difesa dei valori costituzionali. E già in fase di discussione della proposta di legge, la stessa Associazione Nazionale dei Comuni Italiani si era pronunciata esprimendo timore per le ricadute negative del decreto sui singoli territori, proponendo anche degli emendamenti migliorativi dell’impianto normativo oggetto di discussione. Ma non sono stati gli unici.

Un ruolo centrale l’ha sicuramente avuto anche la Chiesa: si pensi alle prese di posizione di Papa Bergoglio, sulla vicenda delle ONG e dei salvataggi in mare, fino al rifiuto a concedere un’udienza privata al Ministro Salvini, proprio per esprimere contrarietà rispetto alle posizioni governative in materia di immigrazione e asilo. Oltre alla voce del Papa si sono fatti sentire molti altri enti di ispirazione cattolica impegnati nell’ambito delle migrazioni, dei diritti e dell’accoglienza, dalla Caritas al Centro Astalli, passando per tante altre realtà locali e nazionali. La Caritas Ambrosiana per esempio ha costituito un Fondo di Solidarietà per gli Esclusi dall’Accoglienza.

Molte altre realtà anche di matrice laica hanno dato vita a iniziative pubbliche di contrasto agli effetti del decreto, mobilitando non solo gli operatori del settore dell’accoglienza ma anche privati cittadini sensibili a questi temi. La Rete EuropAsilo, ad esempio, di cui l’associazione CIAC di Parma è tra i principali animatori, ha convocato a dicembre a Parma una chiamata all’azione intitolata “L’Asilo rEsiste” a cui hanno partecipato centinaia di persone da tutta Italia. Da questo scambio è nata la campagna nazionale “Io accolgo” – anticipata proprio a Parma negli ultimi giorni di marzo – che chiama a raccolta sia gli enti di tutela e impegnati nell’accoglienza, sia i singoli cittadini, le famiglie, i gruppi informali, le associazioni culturali che non gestiscono direttamente programmi di accoglienza. Tra gli obiettivi della campagna: accogliere gli esclusi, contrastare razzismo e discriminazione, favorire le occasioni di incontro interculturale e promuovere una diversa narrazione delle migrazioni e della differenza.

Ma non ci sono solo state iniziative promosse dagli addetti ai lavori o da enti e associazioni attive nell’ambito delle migrazioni. Molte iniziative sono sorte spontaneamente e dal basso. Ad aprire la strada la grande solidarietà espressa nei confronti del sindaco di Riace Mimmo Lucano per la sua vicenda giudiziaria e per la chiusura di fatto della pionieristica esperienza di accoglienza diffusa praticata da anni nel piccolo Comune calabrese, che si è realizzata attraverso manifestazioni affollatissime, incontri pubblici in cui il sindaco è sommerso dall’affetto dei partecipanti, il Capodanno festeggiato a Riace, fino alla nascita della Fondazione “È stato il vento”, attraverso cui provare – con il sostegno di tutti – a dare un seguito all’esperienza di Riace.  Meno focalizzate su una singola figura e più diffusamente interessate a mostrare pubblicamente il dissenso a 360° nei confronti della politica governativa in materia di migrazioni sono le manifestazioni nate da gruppi di privati cittadini e lanciate una prima volta il 2 febbraio con il nome di “L’Italia che resiste”. Alla seconda edizione, svoltasi il 2 marzo, hanno partecipato almeno 300 città in tutta la penisola, portando migliaia di cittadini a circondare simbolicamente i municipi in nome dei diritti, dell’accoglienza e della convivenza. Parallelamente, sempre il 2 marzo, la manifestazione “People. Prima le persone”, tenutasi a Milano, ha contato oltre 900 enti aderenti e ha portato in piazza più di 250.000 persone. Intanto hanno segnalato un boom di iscrizioni e dichiarazioni di disponibilità realtà come Refugees Welcome, che propongono alle famiglie italiane di ospitare un rifugiato in famiglia per facilitare la sua integrazione sociale oppure – come sempre più spesso accadrà dopo il decreto – per impedire la sua caduta nella marginalità a causa del mancato accesso all’accoglienza istituzionale. Anche a Parma il progetto Rifugiati in famiglia, attivo dal 2015 nell’ambito dello SPRAR, ha visto negli ultimi mesi proporsi nuove famiglie e nel complesso CIAC è stato contattato da decine di cittadini interessati ad attivarsi in prima persona, se pur in forme diverse, per non rimanere a guardare.

Quanto sopra citato in una breve carrellata mostra l’esistenza di un’Italia diversa da quella narrata e rappresentata dalla Lega al governo. Una minoranza, forse, ma che fa sentire forte la sua voce, pur non trovando al momento attuale una rappresentanza politica chiara e univoca delle proprie istanze. Forse nemmeno il cosiddetto mondo dell’accoglienza sembra riuscire a mostrarsi pubblicamente come un “corpo sociale” compatto in grado di elaborare contronarrazioni e proporre azioni che passino dal livello della spontanea attivazione locale all’azione politica di cambiamento. Su questo mondo – composto da centinaia di enti e un numero stimato di almeno 25.000 operatori – pesa certamente lo stigma sociale costruito da anni di propaganda politica e mediatica contro il business dell’accoglienza e contro chi è diventato un nemico pubblico per il solo fatto di lavorare con migranti e rifugiati. Il timore da parte di alcuni che una forte protesta pubblica possa essere letta come difesa di interessi corporativi (“difendete i richiedenti asilo o il vostro lavoro?”), come se le due cose dovessero necessariamente essere alternative e non concorrenti, ha paradossalmente silenziato la voce degli operatori e degli enti presso cui lavorano oppure spostato il confronto a un livello più tecnico di trattativa e contrattazione con le istituzioni, per salvare il salvabile. Non è andata così dappertutto, comunque: il 16 marzo ad esempio l’assemblea degli operatori dell’accoglienza in opposizione al Decreto Sicurezza ha promosso a Trieste la manifestazione “Buonisti un CAS”  e in molti altri territori si è tentato di unire la lotta per la difesa dei propri posti di lavoro con la protesta contro lo smantellamento del sistema pubblico di accoglienza e l’erosione del diritto di asilo.

Per concludere vorrei però nominare la difficoltà in questa fase politica e culturale di prendere posizioni pubbliche chiare e coerenti. Si deve infatti fare necessariamente i conti con le contraddizioni del sistema di asilo che precedeva la riforma Salvini e con la prioritaria considerazione dei diritti dei richiedenti asilo e rifugiati, principali vittime dei nuovi provvedimenti. In primo luogo è necessario chiedersi quale modello di accoglienza si vuole difendere. Molti enti di tutela – CIAC è certamente tra questi – hanno denunciato anche in tempi non sospetti la necessità di diffondere il modello dell’accoglienza integrata e diffusa dello SPRAR, che non era mai completamente decollato nonostante lo sforzo di mettere a regime il sistema pubblico di accoglienza. Per questo, nonostante le decisioni dell’attuale ministro dell’interno abbiano chiaramente intenti distruttivi e divisivi, non è forse sempre sensato – per reazione – difendere acriticamente le situazioni che lo stesso Salvini attacca e smantella. Per esempio ha creato un certo imbarazzo tra chi da anni si batte per la chiusura dei grandi Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), un modello segregazionario, a servizi minimi, diametralmente opposto all’esperienza degli SPRAR, la levata di scudi che da tante parti si è spontaneamente levata in difesa del CARA di Castelnuovo di Porto, chiuso dall’oggi al domani dal ministro, con la conseguente distribuzione sul territorio nazionale degli ospiti che avevano ancora diritto all’accoglienza. La meritevolissima disponibilità da parte di tante famiglie ad accogliere chi non aveva più diritto all’accoglienza una volta chiusa l’esperienza del CARA o chi voleva rimanere nella stessa zona e non essere trasferito in altre regioni, poteva sposarsi in modo più maturo con una critica del modello dei grandi centri? Si poteva contemporaneamente protestare contro le scelte del ministro senza difendere la precedente gestione del CARA di Castelnuovo di Porto? Quanta complessità è in grado di reggere il dibattito pubblico e il “cuore” della gente?

Un altro esempio delle contraddizioni che stiamo attraversando riguarda la scelta da parte degli enti impegnati nell’accoglienza se partecipare o meno ai nuovi bandi per la gestione dei Centri di accoglienza straordinari (CAS). Nel nuovo scenario i CAS diventano l’unico luogo deputato all’accoglienza dei richiedenti asilo, pur mantenendo solamente dei servizi minimi (escluso persino l’insegnamento dell’italiano, figuriamoci le altre misure volte all’integrazione socio-economica degli accolti), con una tariffa pro die pro capite inferiore a quella prevista persino per i canili comunali. Naturalmente il personale è ridotto all’osso e gli operatori si troveranno ad espletare quasi esclusivamente doveri di assistenza e di sorveglianza. Come muoversi in questo scenario? In tutta Italia ogni ente che era già impegnato nell’accoglienza dei richiedenti asilo sta riflettendo su quale posizione prendere: accettare e svilire così i diritti degli accolti e dei lavoratori, o rinunciare e lasciare così ipoteticamente i richiedenti asilo del tutto senza assistenza o nelle mani di multinazionali che potrebbero farsi bastare senza tanti scrupoli le risicate tariffe previste per i nuovi CAS?

In diversi territori i coordinamenti degli enti impegnati nell’accoglienza hanno preso una netta posizione di rifiuto: gli enti gestori dei centri di accoglienza straordinaria della Provincia di Brescia hanno sottoscritto un patto etico in cui si impegnano ad attivare le vie legali al fine di conseguire la modifica delle condizioni contenute nel nuovo schema di capitolato per consentire standard accettabili di gestione dell’accoglienza; similarmente anche le Associazioni cooperative Legacoopsociali Emilia Romagna, Confcooperative Emilia Romagna, Agci Solidarietà Emilia Romagna hanno firmato un Accordo etico per un’accoglienza rispettosa dei diritti delle persone accolte e dei lavoratori, in cui esprimono tra l’altro preoccupazione per il deterioramento della qualità e della quantità dei servizi di accoglienza ritenendoli fondamentali per favorire i percorsi di integrazione e la coesione sociale, deterioramento che indurrebbe i lavoratori impegnati ad operare in condizioni rischiose e squalificanti. Molti enti poi, supportati dall’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI) stanno concretamente impugnando i nuovi bandi, provando a dimostrare per via giudiziaria che gli stessi contravvengono gli obblighi di accoglienza sanciti dalle direttive europee.

Al netto delle azioni intraprese e dei loro effetti – che potranno essere analizzati nei prossimi mesi – mi preme qui sottolineare la dimensione politica del difficile contesto in cui ci si muove. Mobilitare per esempio la partecipazione più attiva del volontariato, raccogliere fondi da privati, da istituzioni locali ed europee e da fondazioni per supplire alle carenze del sistema istituzionale, impegnare gli enti che già praticano l’accoglienza in uno sforzo di tutela e accoglienza non previsto e riconosciuto dalla nuova disciplina: sono tutte piste percorribili e che certamente avrebbero il pregio di dare qualche servizio e garanzia in più ai singoli richiedenti asilo direttamente interessati. Ma che potrebbero anche confermare a una certa parte politica che tutto questo si poteva fare senza un ingente impegno di fondi pubblici e senza un sistema garantito di accoglienza istituzionale: non più diritti quindi, esigibili attraverso un sistema pubblico, ma un’assistenza lasciata per lo più al buon cuore di chi si assume la responsabilità di “stare dalla parte dei migranti”, pagando quindi in prima persona – in termini economici o di tempo e competenza messi gratuitamente a disposizione – per lo schieramento scelto. Un grave arretramento sul piano dei diritti e sull’idea di comunità che si vuole costruire. Rimane quindi la necessità di porsi collettivamente forti interrogativi politici su come rendere compatibili la difesa dei diritti con la concreta azione di assistenza e promozione di adeguati livelli di vita – e non solo di sopravvivenza – dei tanti richiedenti asilo e (non più) rifugiati che si trovano già a patire le conseguenze di questo contesto sociale, sempre più diviso e disgregato, in cui ci troviamo a vivere e operare.

Chiara Marchetti, docente di sociologia delle relazioni interculturali all’Università di Milano e tra le fondatrici del laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate “Escapes”, dal 2014 lavora al Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione Internazionale di Parma e provincia (CIAC), dove è responsabile dell’area progettazione, ricerca e comunicazione.