di Marcello Volta

“L’insussistenza del reato di cui all’art. 1100 codice della navigazione e, quanto al reato di cui all’art. 337 c.p., l’operatività della scriminante di cui all’articolo 51 c.p. giustificano la mancata convalida dell’arresto ed il rigetto della richiesta di applicazione di misura cautelare personale”

Si conclude con queste parole l’ordinanza della giudice delle indagini preliminari di Agrigento Alessandra Vella che ieri sera ha rimesso in libertà Carola Rackete, capitana della nave Sea-Watch 3 che ha portato in salvo 43 cittadini migranti che rischiavano la vita per arrivare in Europa.

Le 13 pagine del provvedimento del giudice, infatti, descrivono chiaramente la cosiddetta “scriminante”, che di fatto giustifica la manovra azzardata con la quale la comandante della Sea-Watch 3 ha disobbedito all’ultimo alt rischiando di schiacciare contro il molo di Lampedusa una motovedetta della Guardia di finanza.

Quella messa nero su bianco ieri dal Tribunale di Agrigento è una sentenza che va letta e approfondita perché fissa, in una sintesi molto chiara e circostanziata, alcuni principi di fondamentale importanza anche per tutte le altre navi umanitarie che operano soccorsi, ma anche per l’intero mondo dell’accoglienza.

L’analisi del testo dell’ordinanza

Provare ad analizzare l’ordinanza arrivata dalla Gip di Agrigento non è semplice, anche perché in 13 pagine riesce a riassumere in maniera molto chiara quanto avvenuto dal momento del salvataggio in area Sar Libica dei migranti, sino al loro sbarco forzato a Lampedusa.

Le navi da guerra

Per fare una sintesi, si può provare a partire dalla fine: “In via assolutamente preliminare – scrive la Gip – va esclusa la ricorrenza, nella specie, dell’ipotesi delittuosa di cui all’articolo 1100 del Codice della Navigazione”. Stiamo parlando dell’accusa che la procura muoveva nei confronti di Carola perché “compiva atti di resistenza e di violenza nei confronti della nave da guerra della Guardia di Finanza”.

La giudice, quindi, stronca definitivamente questa parte dell’accusa, perché “le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali, ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare”.

Nessuna volontà di schiacciamento

Eliminata la prima accusa, restava in piedi la seconda parte: ovvero quella riferita all’articolo 337 del codice penale: resistenza a pubblico ufficiale. Anche qui la giudice è chiara: “Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria. Nondimeno, l’avere posto in essere una manovra pericolosa nei confronti dei pubblici ufficiali a bordo della motovedetta, senz’altro costituente il portato di una scelta volontaria seppure calcolata, permette di ritenere sussistente il coefficiente soggettivo necessario ai fini della configurabilità concettuale del reato in discorso”.

Nonostante la giudice riconosca, quindi, che ci sia la configurabilità di un reato tale “deve ritenersi scriminato ai sensi dell’articolo 51 codice penale, per avere agito in adempimento di un dovere”. In questo senso, quindi, la Gip ha accolto in pieno la ricostruzione di Carola secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza (vedi anche sotto).

Il dovere di soccorso

Altro principio fondamentale presente nell’ordinanza riguarda il motivo per cui le scelte della Sea-Watch 3 siani pienamente corrette, in particolare riguardo alla “Carta Costituzionale, le convenzioni internazionali, il diritto consuetudinario ed i principi generali del diritto riconosciuti dalle Nazioni Unite che pongono obblighi specifici sia in capo ai comandanti delle navi che in capo agli Stati contraenti, in ordine alle operazioni di soccorso in mare”.

Alla luce di queste considerazioni la gip Vella, stabilisce che la scriminante deve prevalere nell’analisi della condotta della comandante. “L’attracco al porto di Lampedusa – scrive la gip – appare conforme al testo unico per l’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera”.

I porti sicuri

Altro punto fondamentale contenuta nell’ordinanza è il concetto di “porti sicuri”. La Gip, per la prima volta, mette per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migrati in zona sar libica di far prua verso l’Italia è legittima perché “in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri”. L’obbligo del comandante – inoltre – non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo. Che la Tunisia non prevede.

Il decreto sicurezza bis

Nel documento c’è spazio per un giudizio molto forte ma sempre in punta di diritto, sul cosiddetto decreto sicurezza bis. Secondo la gip: “le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali” previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l’alt alla Sea Watch fin dall’approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perché una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale”.