Una prima analisi dell’art. 103 “Emersione dei rapporti di lavoro” del Decreto legge n. 34 del 19/05/2020 cosiddetto Decreto Rilancio

Premessa

L’acceso dibattito sulla sanatoria dei migranti che ha caratterizzato il confronto politico in parlamento e tra le forze di governo durante la fase del lockdown – si stima che gli stranieri irregolari in Italia siano 600.000 tra i quali i richiedenti asilo diniegati e i titolari di motivi umanitari colpiti dalla Legge 132/2018 – si è al momento concluso con l’introduzione nel Decreto Rilancio dell’art.103 “Emersione dei rapporti di lavoro “.

Se lo scopo dichiarato nella norma è “garantire livelli adeguati di tutela della salute individuale e collettiva in conseguenza della contingente ed eccezionale emergenza sanitaria connessa alla calamità derivante dalla diffusione del contagio da -COVID 19” risalta l’irragionevolezza della limitazione della possibilità di accedere alla regolarizzazione esclusivamente a tre settori di lavoro: agricoltura/allevamento/pesca/zootecnica e attività connesse, colf e badanti.

Da tale limitazione si desume la discrepanza tra lo scopo dichiarato dal legislatore del contrasto alla pandemia e della tutela della salute collettiva e quello dissimulato, consistente nella necessità di manodopera solo per determinate filiere, a determinate condizioni e non per tutti.

In attesa del decreto interministeriale per la regolamentazione delle procedure si svolge di seguita una prima disamina dell’art. 103 la cui formulazione generica è il risultato al ribasso di uno scontro politico tra le forze di governo divise tra una posizione radicalmente contraria alla regolarizzazione e all’immigrazione e la proposta di una sanatoria generalizzata proposta da giuristi, enti di tutela, movimenti dei lavoratori migranti e della società civile basata sui principi di uguaglianza, di universalità dei diritti fondamentali e della salute come bene comune sanciti nella Costituzione italiana.

Nel contesto dell’emergenza sanitaria in corso una legge per la regolarizzazione di tutti i migranti avrebbe assunto un valore fondamentale di base per l’ordinamento democratico; una legge per la regolarizzazione di tutti i migranti si configura infatti nello stato di emergenza proclamato il 9 marzo e in vigenza fino al 31 luglio come un dovere dello stato di diritto. Partendo dall’assunto costituzionale che i migranti sono soggetti di diritto e non braccia per il lavoro sfruttato, nell’attuale contesto lo stato di diritto ha l’obbligo giuridico di riconoscere a tutti i migranti la titolarità di un permesso di soggiorno, indipendentemente dal lavoro, per l’accesso alle cure e per garantire loro una chance di legalità per affrancarsi dall’invisibilità, dallo sfruttamento, dal caporalato e dalle mafie.

Il dibattito politico non si è certamente concluso e verrà sollecitato nella fase parlamentare della conversione in legge del decreto Rilancio dalle proposte avanzate dalla rete nazionale per il diritto di asilo Europasilo di cui CIAC Onlus è membro fondatore, nonché dalle mobilitazioni dei lavoratori delle campagne di Gioia Tauro, Borgo Mezzanone, Torretta Antonacci che hanno incrociato le braccia il 21 maggio per denunciare che l’attuale regolarizzazione non offre tutela ai braccianti impiegati in condizione di grave sfruttamento e riduzione in schiavitù nel circuito dell’economia informale e del caporalato. Una realtà nota alle istituzioni, resa pubblica dai media, dai report di Amnesty International, da attivisti noti a livello internazionale come Marco Omizzolo, vicende finite nelle aule dei Tribunali come dimostrano i 55 procedimenti penali aperti su tutto il territorio nazionale monitorati dall’Osservatorio sullo sfruttamento lavorativo presso il centro L’altro Diritto. Una realtà che, ancor più perché è nota, lo stato ha il dovere di risolvere a partire dalla protezione delle vittime, garantendo loro chances di empowerment e alternative allo sfruttamento.

Il dibattito politico nelle sedi istituzionali non può esimersi dalla responsabilità di sapere chi oggi vive in Italia nell’invisibilità e garantire agli invisibili percorsi di prevenzione, di diagnosi, di cura e di legalità. Nello stato di emergenza diventa obbligo abrogare la Legge 132/2018 dall’impianto strutturalmente criminogeno che sta provocando la caduta nell’irregolarità di 140.000 uomini e donne che vanno ad aggiungersi ai 600.000 irregolari già presenti in Italia.

Le procedure

Nel periodo dal primo giugno al 15 luglio 2020 (ed eventuali proroghe) gli sportelli STSA e IAC assisteranno gli stranieri che presentano i requisiti per la regolarizzazione offrendo la più ampia tutela nel monitoraggio delle procedure, sia per quanto riguarda l’accesso degli aventi diritto e la marea di chi rimarrà escluso.

L’art. 103 del decreto legge n. 34/2020 prevede due canali di regolarizzazione:

  • il rilascio di un permesso di soggiorno per lavoro subordinato “ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale” alla data dell’8/03/2020 in presenza di un contratto di lavoro (già in essere oppure da stipulare) nei tre settori dell’ agricoltura/allevamento/pesca/zootecnicae attività connesse, colf e badanti (anche verso familiari non conviventi); i cittadini stranieri devono poter dimostrare la loro presenza in Italia alla data dell’ 08/03/20 attraverso i rilievi foto-dattiloscopici, il visto d’ingresso, la dichiarazione di presenza o da attestazioni emesse da organismi pubblici;
  • il rilascio di un permesso di soggiorno della durata di sei mesi (comma 2art 10/10 bis ) agli stranieri i titolari di un permesso di soggiorno scaduto a partire dal 31/10/2019 fino al 15/07/2020 “non rinnovato o convertito in altro titolo di soggiorno” che presentano pregresse esperienza di lavoro nei tre settori (prove documentali) e non dispongono oggi di un contratto di lavoro. Il permesso di soggiorno della durata di 6 mesi è valido solo sul territorio nazionale ed è convertibile in lavoro in presenza di un impiego in uno dei tre settori indicati. La procedura è attivabile dallo straniero presso la Questura competente.

Una prima interpretazione: gli aventi diritto, le criticità

Di seguito si propone una descrizione delle procedure, una prima interpretazione della norma rispetto agli aventi diritto e alle criticità.

Rientrano nel primo canale di regolarizzazione “i cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale” alla data del 08/03/2020, vale a dire gli stranieri privi di permesso di soggiorno, (mai richiesto oppure ottenuto, scaduto e non rinnovato); la formulazione generica “, si presume includere anche i titolari di permessi di soggiorno in corso di validità che non garantiscono però la continuità del soggiorno regolare per caratteristiche intrinseche alla tipologia del titolo di soggiorno come la non convertibilità in un permesso per motivi di lavoro subordinato che è appunto lo scopo della norma in esame. E’ il caso dei titolari di permesso di soggiorno per assistenza minore ex art. 31, co. 3, TU, dei titolari di permesso di soggiorno per cure mediche, protezione speciale e dei richiedenti protezione internazionale.

I titolari di permesso di soggiorno per richiesta asilo, probabilmente rappresentano la platea cui intende rivolgersi il legislatore al fine mettere braccia nell’agricoltura e ridurre l’arretrato delle domande di protezione internazionale all’esame delle Commissioni territoriali e dei ricorsi giurisdizionali pendenti presso i Tribunali e la Corte suprema di Cassazione. Di fronte alla differenziazione della procedura di asilo introdotta dalla Legge 132/2018 – in riferimento all’introduzione di procedure accelerate e di trattenimento nei CPR, alla riduzione del diritto alla difesa in caso di rigetto di una domanda reiterata o definita dalle Commissioni territoriali “manifestamente infondata”, alla definizione dei paesi di origine sicuri e all’abrogazione della protezione umanitaria – numerosi richiedenti asilo, come dimostrano le richieste pervenute ai nostri sportelli, si trovano a dover scegliere tra le chances ristrette per ottenere un permesso di lavoro e il rischio di vedersi rigettata la domanda di asilo. Se inoltre la pubblica amministrazione dovesse definire l’incompatibilità della permanenza della domanda di protezione con la procedura di emersione, si aprirebbero, come rileva ASGI, profili di illegittimità anche costituzionale rispetto alla tutela del diritto fondamentale alla protezione internazionale.

La procedura di cui al comma 1 è attivata dal datore di lavoro presso lo Sportello Unico per l’Immigrazione e prevede la stipula del contratto di soggiorno tra le parti previo parere dell’Ispettorato del lavoro.

Accedono al secondo canale di regolarizzazione i migranti titolari di “un permesso di soggiorno scaduto dal 31/10/2019 non rinnovato e non convertito in altro titolo”, attualmente disoccupati, che presentano esperienze di lavoro pregresse in uno dei tre settori indicati al fine di richiedere alla Questura un permesso di soggiorno di sei mesi durante i quali stipulare un contratto di lavoro nei tre settori convertibile alla scadenza in un permesso per lavoro subordinato. La ratio della norma pare consistere nel dare la possibilità di trovare un impiego e di ottenere un permesso temporaneo convertibile in lavoro ai migranti overstayers titolari di permesso scaduto e non convertibile per caratteristiche intrinseche. Tra questi gli ex titolari di permesso umanitario colpiti dall’abrogazione della Legge 132/2018 che non presentavano i requisiti per la conversione entro la scadenza, i titolari di protezione speciale (introdotta dalle Legge 132/2018), cure mediche, richiedenti protezione internazionale che temoni di vedersi rigettata la domanda di asilo.

Se lo scopo della norma è la tutela della salute collettiva, occorre dare una interpretazione amplia della nozione di permesso “scaduto dal 31 ottobre 2019” “non rinnovato e non convertito” facendovi rientrare i procedimenti di rinnovo e di conversione non conclusi in quella data e pertanto i permessi rimasti scaduti dal 31/10/2019. Per “non rinnovato” si presume siano inclusi i procedimenti non ancora conclusi nel periodo dal 31/10/2019 al 15/07/2020 precedentemente avviati per il rinnovo sia del permesso umanitario abrogato in protezione speciale sia dei permessi per protezione speciale scaduti (introdotti questi ultimi a partire dal 15/10/2018 L. 132/2018). Nella prassi il mancato rinnovo deriva da: la domanda di rinnovo non è stata ancora presentata oppure la domanda è stata rigettata o non è ancora giunta alcuna risposta dalla questura oppure il permesso era stato revocato o annullato. Per “non convertito” debba intendersi non solo il permesso umanitario scaduto dal 31/10/2019 e non convertito entro la scadenza ma anche i procedimenti di conversione avviati precedentemente ma non ancora conclusi dal 31/10/2019 oppure definiti con un rigetto perché il permesso era stato revocato a seguito di parere contrario della Commissione territoriale o assenza dei requisiti per la conversione (passaporto, lavoro stabile, reddito).

Accanto agli ex titolari del permesso umanitario abrogato si pensi ai richiedenti asilo a cui il permesso è stato revocato in caso di diniego della loro domanda, di rigetto del ricorso giurisdizionale oppure non ammessi a soggiornare in Italia nella fase del ricorso avverso una decisione di manifesta infondatezza o di domanda reiterata ex art. 7 dlgs 25/2008.

Il caporalato e la riduzione in schiavitù: luoghi per la protezione delle vittime e strumenti di empowerment

Rispetto ai motivi ostativi alla regolarizzazione riconducibili al datore di lavoro, il comma 6 prevedere l’inammissibilità delle domande se il datore di lavoro è stato condannato per i reati di impiego irregolare di manodopera (art. 22 TUI) di sfruttamento e riduzione in schiavitu (art 603 c.p) senza prevedere il rilascio del permesso per attesa occupazione al lavoro. Se il migrante è vittima di violenza, grave sfruttamento e riduzione in schiavitù e “intende sottrarsene” occorre attivare le procedure per garantire un permesso di soggiorno per Casi speciali nelle seguenti ipotesi offrendo al migrante supporto, strumenti di empowerment protezione:

  • da parte degli gli Enti di tutela e dei Servizi sociali per partecipare a un programma di assistenza e integrazione sociale nel SIPROIMI (permesso ex art. 18 d.lgs. n. 286/1998)
  • da parte degli gli Enti di tutela e dei Servizi sociali e delle Forze di PS per la denuncia del grave sfruttamento lavorativo all’autorità giudiziaria o di polizia e cooperare nel procedimento penale instaurato nei confronti del datore di lavoro. (art. 22, commi 12-quater, 12-quiquies e 12-sexies d.lgs. n. 286/1998); la vittima che denuncia lo sfruttamento ha diritto a essere accolto nel SIPROIMI

In attesa del decreto interministeriale che chiarirà gli aspetti procedurali, senza modificare il contenuto sostanziale di riserva di legge, si è voluto qui offrire una prima interpretazione della norma. Occorre infatti metterne in luce le criticità, i dubbi interpretativi, la scarsa rilevanza della sua applicazione limitata a soli tre settori dell’economia e del lavoro nonché l’ambigua previsione di un secondo canale di regolarizzazione che sembra rivolto agli invisibili che trovano riparo negli accampamenti agricoli e nel bracciantato nei circuiti del lavoro sfruttato e del caporalato senza offrire loro una solida chance di legalità per affrancarsi da quei canali caratterizzati da coercizione e mancanza di alternative.

Area legale Ciac