Accoglienza dei migranti: ecco come l’Italia torna indietro di dieci anni

Per scrivere le nuove regole di gestione dei centri “straordinari”, il Governo ha recuperato la fallimentare esperienza dei CARA, abrogati nel 2015. Il modello del futuro sono quindi grandi strutture lontane dai centri abitati con presidi medici interni: un duro colpo all’accoglienza diffusa. E la promessa di trasparenza negli appalti è in parte tradita

Il sistema dell’accoglienza dei richiedenti asilo nel nostro Paese si prepara a fare un salto indietro di dieci anni. Il modello diffuso e decentrato rappresentato dallo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) -teoricamente supportato da piani di riparto dei migranti dal ministero dell’Interno e dall’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI)- rischia infatti di rimanere schiacciato dal ritorno (mascherati dai nuovi CAS) dei “vecchi” CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), abrogati non più tardi di due anni fa perché ritenuti un fallimento.

Questa scelta del Governo è contenuta nello schema di capitolato di appalto per la gestione dei centri di accoglienza allegato a un decreto del ministro dell’Interno, Marco Minniti, e risalente al 7 marzo di quest’anno. Uno schema immaginato anche per i centri di accoglienza straordinaria di competenza delle Prefetture -i CAS- che oggi in Italia dovrebbero essere l’eccezione, in vista del trasferimento negli SPRAR, ma sono sono invece la regola. Lo dicono i numeri: a fronte di 23mila posti occupati al marzo di quest’anno nell’accoglienza “virtuosa” (SPRAR, appunto), i circa 7mila CAS registrano la presenza di oltre 136mila persone.

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