Riflessioni a margine del progetto “Rifugiati in famiglia”

(qui tutta la rassegna stampa del progetto)

Accoglienza è una parola diventata infuocata, uno di quei termini che a forza di essere invocati, criticati, strattonati da tutte le parti politiche e sociali sembra aver perso la presa sulla realtà. Non dice niente. O dice troppo. E male. E quindi di nuovo niente. Ma prima di abbandonarlo del tutto, e senza la pretesa di dire qualcosa di “vero” e definitivo, proviamo a riprenderlo con le pinze e a guardarlo senza le lenti dell’emergenza, della paura o del proclama.

Perché è un termine – e prima ancora una pratica – sulla quale si riflette e si agisce da anni, che si è incarnato in leggi e direttive, e che può ancora gettare luce sulle nostre modalità di porci nei confronti dei migranti, ancor più se si tratta di richiedenti asilo e rifugiati. La vogliamo utilizzare allora come parola che dice molto di più su chi siamo noi rispetto a quanto dica su quello che facciamo in favore degli altri, nella fattispecie di chi accogliamo (o dovremmo accogliere, o ci rifiutiamo di accogliere…). Una parola specchio che ci restituisce un’immagine forse contraddittoria e sfuocata ma della quale non possiamo non tenere conto.

Ragioniamo sul concetto di accoglienza a partire dall’esperienza del progetto “Rifugiati in famiglia”, condotto da CIAC onlus a Parma insieme al Consorzio Communitas onlus e ai soggetti coinvolti nei progetti territoriali dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): Comune di Parma e Fidenza come enti capofila, oltre che Caritas Parma e Fidenza, Comunità di Betania e Pozzo di Sicar. Una sperimentazione – per noi, la nostra storia, il nostro territorio – che nasceva da un’intuizione, tutta ancora da mettere alla prova, ma che io sento di giorno in giorno confermarsi nella pratica e nei discorsi che si dipanano intorno al tema dei cosiddetti “profughi”. L’intuizione riguardava la possibilità di stringere un nuovo patto, una nuova relazione significativa tra le istituzioni (in tutte le loro forme e con differenti responsabilità) e la comunità.

Nel chiedersi “a chi tocca l’accoglienza” noi di CIAC – come molti altri compagni di strada – abbiamo ripetutamente risposto, negli anni, che tocca allo Stato. Spetta alle istituzioni pubbliche rendere concretamente esigibili quei diritti sanciti dalle proprie leggi (a partire dalla Costituzione fino alle direttive europee trasposte nel nostro ordinamento, non ultima quella che stabilisce gli “standard minimi per l’accoglienza dei richiedenti asilo”). Abbiamo richiamato alle loro responsabilità tutti i soggetti – dal livello nazionale e sovranazionale, a quello regionale, a quello degli enti locali e delle aziende sanitarie, per non parlare delle Prefetture e delle Questure – che con diverse funzioni e diversi ruoli hanno il compito non di concedere privilegi, di erogare sporadiche prestazioni assistenziali o di fare la carità, ma di garantire diritti e approntare un sistema integrato nel più ampio welfare nazionale. Questo era vero ieri e resta vero oggi, anche se i numeri aumentano e le crisi regionali che causano la fuga di migliaia di persone sono ben lontane da una possibile soluzione. Il diritto allo studio non finisce perché si iscrive un bambino di troppo a scuola. Si farà una classe in più. Il diritto alla salute non finisce perché arriva un malato di troppo al pronto soccorso. Ci possono essere ritardi, disservizi, carenze di aule o letti ospedalieri, e rispetto a questo si protesta, ci si lamenta e si denuncia l’inadeguatezza del sistema, ma nessuno si sognerebbe – speriamo! – di proporre come soluzione un limite di accesso alle scuole o agli ospedali, o una quota massima di alunni o di malati, ecceduta la quale si resta in strada. Per il diritto d’asilo invece nessuno di scandalizza del contrario. E la colpa, la responsabilità di essere di troppo sembra sempre più ricadere sul rifugiato e non su chi avrebbe il dovere di rendere il sistema adeguatamente capiente e attrezzato per chiunque arrivi a chiedere asilo sul territorio italiano.

È per questo che il sistema SPRAR, pur con i suoi limiti, ci è sempre sembrato l’orizzonte dentro cui lavorare, per il suo diretto coinvolgimento – anzi: titolarità – da parte degli enti locali. È per questo che abbiamo sempre appoggiato proposte come quella di ASGI di rendere l’accoglienza dei richiedenti asilo obbligatoria e non più volontaria per tutti i territori della penisola. È per questo che abbiamo cercato di esercitare con responsabilità la funzione di sussidiarietà che crediamo debba caratterizzare il ruolo del terzo settore: costruendo capacità e competenze che non rimanessero confinate nell’asfittica regione dei “nostri” operatori o dei “nostri” rifugiati, ma nemmeno ad alimentare un sistema – se pur qualificato – di servizi dedicati paralleli all’ordinario sistema di welfare. È per questo che anche oggi di fronte all’aumento delle presenze di richiedenti asilo anche nel territorio di Parma e alla rinnovata frammentazione delle risposte (per sintetizzare: SPRAR vs. accoglienze prefettizie, per non parlare di chi rimane escluso da qualsiasi forma di accoglienza) il nostro operato va nella duplice direzione di rafforzare il sistema SPRAR (ampliamento dei posti di accoglienza, allargamento della rete di soggetti che accolgono, rafforzamento dei rapporti con gli enti locali in vista anche dell’ingresso di nuovi Comuni nella rete, continua vigilanza sugli standard dei servizi erogati e sulla capacità di innovazione) e di potenziare la capacità dell’intero territorio di non essere respingente: una terra d’asilo che sia percorribile anche in autonomia da ogni richiedente asilo, indipendentemente dal “posto” che la sorte gli ha riservato.

Ma tutto questo oggi ci pare insufficiente. Insufficiente non solo per il tipo di risposte che si riescono a dare, in termini di quantità e di qualità, ma anche perché il tempo in cui viviamo – con le sue paure sempre più radicali, con i suoi facili capri espiatori, con gli imprenditori politici del divide et impera, con la crisi che divide più di quanto riesca a stimolare nuove solidarietà – ci chiama a un salto di paradigma, a uno spostamento che rimetta al centro la dimensione culturale e politica: la nascita di una reale civiltà dell’accoglienza non può passare per la semplice (e già difficilissima…) assunzione di responsabilità da parte di chi di competenza – lo Stato in tutte le sue emanazioni – e nemmeno attraverso la sola attivazione di associazioni, enti di tutela, soggetti laici e religiosi che si sentono direttamente chiamati in causa. Questi due “mondi” devono essere sempre più pronti, reattivi e capaci di stringere nuove alleanze. Ma non basta più.

Quando ci chiediamo “a chi tocca l’accoglienza” dobbiamo oggi farci carico della polisemia di questa espressione: “a chi tocca” non solo nel senso di “a chi spetta”, chi la deve rendere praticabile, ma anche nel senso di “chi si fa toccare” dall’accoglienza, chi si sente chiamato in causa, chi è mosso da una domanda di questo tipo. Un quesito che oggi ci sentiamo di porre a tutti, uno per uno. Tocca anche te? Tocca anche a te?

È da questa interlocuzione diretta che parte l’idea del progetto “Rifugiati in famiglia”. Si sente spesso dire in questo periodo, con tutte le accezioni e con le più diverse valutazioni morali e politiche: “Te lo prenderesti in casa un profugo?” oppure “Perché non te li prendi a casa tu, tutti questi rifugiati!”. Senza le premesse elencate qui sopra credo che domande di questo tipo troverebbero risposte monche. Non si tratta tanto di abdicare qualsiasi forma di coinvolgimento e di responsabilità del pubblico. Di tornare al classico “italiani brava gente” a cui delegare un compito che lo Stato non è grado di portare a termine. Non si tratta di un ritorno al privato dopo più di dieci anni di ostinato lavoro in senso contrario.

Chi come noi lavora in questo campo da anni sa che la buona volontà, la disponibilità e il calore umano della migliore famiglia spesso non sono sufficienti a dare risposte ai bisogni giuridici, sociali, sanitari di un richiedente asilo che arriva nel nostro paese con una complessità che non può essere affrontata con lo spontaneismo e l’improvvisazione di una risposta privata. Ma allo stesso tempo sappiamo che la risposta competente e professionale è sempre meno sufficiente a garantire un percorso di reale autonomia e integrazione dei rifugiati presenti nei nostri territori.

In che modo l’accoglienza dei rifugiati può “toccare” un privato cittadino? In questi giorni ci colpisce l’enfasi sulla generosità delle tante persone che si fanno avanti per dare sostegno e assistenza ai profughi che affollano i luoghi pubblici (stazioni, parchi) delle principali città italiane. A Roma quasi ci si stupisce per la risposta solidale dei cittadini per il centro Baobab, con pacchi di pasta, biscotti, latte, passate di pomodoro, frutta e verdura portati da gente qualunque. A Milano l’assessore Majorino è quasi costretto a porre un freno alla generosità dei propri concittadini, in una sola giornata in stazione è arrivata un montagna di generi alimentari e vestiti consegnati spontaneamente dai milanesi e l’assessore si è trovato a dire: “Portate gli aiuti nei centri di accoglienza”. E già nei mesi scorsi, in territori caldi se pure meno sottoposti all’attenzione mediatica, faceva capolino nella stampa locale la notizia della generosità della popolazione del Brennero che garantiva assistenza umanitaria ai profughi siriani ed eritrei diretti in Germania. In questi casi si apprezza la spontaneità del gesto, lo slancio e l’empatia, sentimenti profondamente umani ma allo stesso tempo apparentemente così rari, quasi rivoluzionari in tempi come questi.

Ma sentiamo che c’è uno scarto tra queste se pur ammirevoli azioni quotidiane e quello che chiediamo come CIAC quando proponiamo “Rifugiati in famiglia”. Il moto iniziale che spinge le famiglie a rispondere “l’accoglienza tocca anche a me”, “mi tocca” nel profondo, probabilmente è lo stesso. Ma nel momento in cui entrano in contatto con noi, ecco che scatta l’incastro, la necessaria implicazione in una cornice più grande che va a incastonare lo slancio privato e personale nella dimensione dei diritti e non della carità o dell’assistenza umanitaria.

Le famiglie coinvolte – e sono più di 20 quelle che si sono in qualche modo fatte avanti in questi mesi nel territorio di Parma e provincia, anche se non tutte alla fine accoglieranno un rifugiato – portano le loro motivazioni, la loro storia, il loro tessuto di relazioni sociali, le loro amicizie e i loro rapporti di vicinato. Portano la loro curiosità, la loro voglia di fare la differenza, di manifestare con semplicità la loro contrarietà al dilagare del pensiero razzista. Forse si fanno avanti oggi più di ieri non solo perché vengono interpellate direttamente, ma anche perché sentono che non si può più rimanere indifferenti, silenti, immobili. Intuiscono che testimoniare con la propria esperienza che la porta di casa può rimanere aperta, senza paura e diffidenza, sarà di beneficio non solo per il rifugiato accolto ma anche per la comunità nel suo insieme, che ne uscirà più coesa e solidale.

E per noi è importante raccontare loro che queste preziose “materie prime” andranno ad essere lavorate insieme a noi e soprattutto insieme al rifugiato accolto. Che non è una tabula rasa, una persona bisognosa di tutto. Ma qualcuno che entrerà in una relazione viva, di scambio con la famiglia che lo accoglierà. Che porterà i suoi desideri e la sua storia, la sua esperienza e le sue inclinazioni. Che prenderà molto, probabilmente con riconoscenza, ma anche restituirà, in modi forse inaspettati e imprevedibili.

Per tutti questi motivi è importante per noi ribadire che il progetto “Rifugiati in famiglia” coinvolge persone che hanno già completato la procedura di riconoscimento della protezione, che hanno una prospettiva di vita in Italia, che si stanno radicando anche attraverso l’apprendimento della lingua italiana e la ricerca di un percorso di autonomia lavorativa. È in questa fase infatti che – dopo aver ricevuto il supporto, la tutela e la garanzia che sono loro istituzionalmente dovuti, nel rispetto dei loro diritti e attraverso le figure competenti che il territorio può e deve mettere a disposizione – l’esperienza in famiglia può diventare un reale trampolino per il percorso di integrazione nella società. Nella fase di richiesta asilo le esigenze sono diverse e il sincero contributo della famiglia rischierebbe di essere disperso, quando non dissipato (Che fare se la persona accolta riceve un diniego? Come comportarsi se emergono serie vulnerabilità? A chi rivolgersi per supportare il richiedente nell’iter della sua procedura di asilo? In che modo comunicare senza nessuna lingua condivisa?).

Invece nella fase successiva al riconoscimento della protezione, dopo un periodo all’interno di un progetto SPRAR che ha già gettato delle basi per un percorso di autonomia da parte del rifugiato, ecco che l’accoglienza in famiglia può rappresentare un’opportunità: per l’accolto, per la famiglia stessa e per la comunità nel suo complesso.

È per questo che sentiamo comunque l’insufficienza di una risposta come quella data nei giorni scorsi da Cecilia Strada, presidente di Emergency, che alla domanda “Perché non ospiti i profughi a casa tua?” ha risposto sui social network: “E perché dovrei? Vivo in una società e pago le tasse. Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. Pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un’istruzione ai miei figli. Pago le tasse e non mi compro un’autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno. Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. Creare – con le mie tasse – un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia.” La sentiamo insufficiente perché risponde alla legittima e doverosa richiesta di equità e giustizia, di cui si è parlato anche in questo articolo, ma allo stesso tempo relega il coinvolgimento delle famiglie, dei singoli, dei privati cittadini alla dimensione della gentilezza e della carità.

Crediamo non ci sia solo questo. In questo tempo lo Stato non può e non deve delegare al privato ciò che gli spetta, ma nemmeno il cittadino deve delegare allo Stato ciò che comunque può fare. O sentirsi esonerato dal dare una qualche risposta in prima persona. Non in sostituzione. Non in alternativa. Ma in alleanza. Un moltiplicatore che genera qualcosa di più rispetto alla “semplice” – e pure necessaria e ancora insufficiente – accoglienza istituzionale. E allora ciascuno di noi risponde, declinando in modo diverso la domanda “a chi tocca l’accoglienza”. C’è chi mette a disposizione una camera e le proprie relazioni, accogliendo in casa un rifugiato. C’è chi offre il proprio tempo e le proprie competenze per insegnare l’italiano. Chi promuove laboratori sulle competenze trasversali per aiutare richiedenti asilo e rifugiati a muoversi nel mondo della formazione e del lavoro. Chi sperimenta pratiche di vicinato e co-housing, immaginando nuove forme dell’abitare e del convivere.

La risposta all’accoglienza, così come al più ampio e generale tema delle migrazioni forzate, non arriverà certamente dalla sperimentazione di 10 posti all’anno nel progetto “Rifugiati in famiglia”. Ma se questa sperimentazione diventa una leva, un prisma attraverso cui provare a reimmaginare e riarticolare il rapporto tra pubblico, privato sociale e cittadinanza, allora forse contribuirà se pur in minima parte a costruire quella civiltà dell’accoglienza che ci sembra rappresentare l’unico orizzonte di senso per il quale valga la pena di impegnarsi, tutti insieme.