di Marcello Volta

Parliamo troppo di Salvini? Senza accorgercene facciamo il suo gioco? Stiamo cadendo nella sua trappola?

Pensando agli ultimi mesi, mi sono reso conto che non facciamo altro che discutere di Salvini, di quello che ha fatto o detto, descrivendolo – secondo i punti di vista – come una iattura o una benedizione. Ma al centro c’è sempre o quasi il leader della Lega. E allora, forse, noi società civile stiamo sbagliando tutto. Almeno per quanto riguarda la comunicazione, o meglio, nel contrasto alla potente macchina di comunicazione del ministro dell’Interno.

Chiariamoci subito, non sto dicendo che dovremmo restare silenti e accettare inermi lo smantellamento dei diritti e la messa in discussione dei valori costituzionali. Ma credere di fermare questo disegno di potere facendo solo opposizione sterile con armi spuntate non solo non serve a nulla, ma anzi soffia nelle vele di una barca timonata da “Il capitano”.

La strategia comunicativa del ministro è semplice e diabolica allo stesso tempo. Risponde ad una regola basilare del marketing: che se ne parli, bene o male poco importa. O forse è ancora peggio: l’obiettivo è dividere il mondo tra bianco e nero, tra chi è con lui e chi è contro, tra chi “Prima gli italiani” e chi vuole un’invasione incontrollata. Le sfumature e la profondità del ragionamento sono spazzate via da un tweet o da una diretta Facebook.

Il problema vero è che la strategia funziona, perfettamente. Duole dirlo, anche con il nostro contributo. Il perché è lampante: non solo decide lui le regole e ha in mano le carte migliori ma noi, con il nostro brusio di fondo senza una vera strategia, facciamo il suo gioco e spingiamo altri a cadere nella rete che ci ha teso.

E allora che dovremmo fare? Evitare di parlare delle leggi assurde e palesemente antidiscriminatorie del ministro? No, certo, non avrebbe senso. Far sentire il nostro dissenso su questi temi è fondamentale e va fatto, indiscutibilmente e senza arretrare di un passo.

Ma criticare non basta, serve un passo ulteriore.

E’ arrivato il momento di far saltare il banco, uscire dalla logica dello scontro e provare a ricostruire dal basso. Serve invertire la narrazione, non combattendo sullo stesso campo e con le stesse armi dei salviniani, non solo non le abbiamo, ma forse non saremmo in grado di usarle. Dobbiamo cambiare prospettiva e uscire dal vicolo cieco in cui un po’ ci hanno spinto, un po’ ci siamo infilati da soli.

Vale su tanti temi, ma ancora di più sulle migrazioni. Cavallo di battaglia del Salvini pensiero, bandiera da sventolare per soffiare sulla paura dei cittadini, l’accoglienza e l’integrazione possono essere un buon laboratorio per provare a diventare coloro che guidano e non quelli al posto del passeggero che provano a lamentarsi.

Dobbiamo rispondere alla retorica stupida e di basso livello, partendo dal chi siamo, dal nostro lavoro, della nostra storia e soprattutto dai nostri ideali. Abbiamo tanto da dire ma perdiamo tempo a rincorrere. Dobbiamo puntare a mettere in campo le nostre competenze, puntando sul racconto delle tante storie belle che incontriamo ogni giorno. Accendendo i riflettori sui visi delle persone con cui condividiamo un pezzo di strada.

Saremo considerati retorici e spocchiosi? Forse. Ma non c’è altra strada.

Spesso ci dimentichiamo che, negli anni, il terzo settore ha cambiato la vita a centinaia di migliaia di persone. In meglio. Ma non solo: abbiamo contribuito in maniera importante a cambiare la società, a far crescere questa Italia, nonostante tutto.

All’inizio forse non sarà capito, non farà notizia, ma via via riusciremo ad uscire da questa deriva. Tanti stanno aspettando solo che qualcuno apra una breccia, e su tante cose lo stiamo già facendo, dobbiamo farlo di più e meglio anche sulla comunicazione. Se ci riusciremo avremo tanti compagni di viaggio che ci seguiranno e allora forse potremo cambiare qualcosa.

D’altra parte se non invertiamo la rotta ora rischiamo seriamente di perdere, non solo questa battaglia ma l’intera guerra.