di Chiara Rainieri

È una calda mattina di giugno e quando entro nell’ufficio pubblico tante persone sono già sedute in attesa del proprio turno. Un uomo sulla cinquantina in divisa è seduto ad una scrivania vicino all’ingresso; mi sorprende la sua presenza forse richiesta per vigilare le relazioni tra pubblico e impiegati. Mi chiede per che pratica sono lì; dentro di me penso che gli devo essere sembrata smarrita o forse che spesso si trova a dare informazioni ai numerosi cittadini che si recano lì. Mi indica lo sportello, lo ringrazio e prendo il numero. Ho dieci persone davanti a me e noto che la fila scorre molte lentamente.

Mi siedo accanto ad una giovane coppia; lui guarda alcuni video su facebook mentre la compagna tiene in mano una cartelletta zeppa di documenti. L’attesa mi consente di capire che molte persone necessitano di quei documenti per andare all’estero, proprio come me. Io farò un viaggio che mi porterà ad esplorare un nuovo paese, loro invece probabilmente torneranno nella terra da cui sono emigrati.

Mi guardo sempre più intorno e mi accorgo che la maggior parte degli utenti dell’ufficio sono persone straniere. Il suono di lingue diverse dalla mia cullano la mia attesa. Ad un tratto il signore allo sportello accanto alla scrivania dell’uomo in divisa attira la mia attenzione. Capisco che sta parlando con una responsabile chiamata dall’impiegata che ha accolto la pratica. L’uomo afferma di essere tornato lì più volte e di aver ricevuto informazioni contrastanti.

Proprio come me, penso. La responsabile risponde con tono calmo, ma fermo che non può fare niente per aiutarlo e che deve tornare. L’uomo con accanto una donna con il velo riprova a spiegare la situazione con un tono di voce leggermente più alto. Forse è preoccupato perché quel documento gli serve per guidare nel suo paese, mi dico. Avrà già organizzato la partenza?

Le scuola sono finite da poco e potrebbe approfittare della pausa estiva per viversi la sua famiglia e i suoi cari lasciati al paese. Poco dopo l’uomo e la donna si allontanano dallo sportello; l’uomo uscendo dice scocciato un grazie ironico all’uomo in divisa il quale di scatto si alza dalla sua postazione rimanendo sempre dietro alla scrivania, ma ponendosi in avanti con il busto avvicinando il suo viso a quello dell’utente. Sembra risentito e urla che lui ha fatto il suo compito: rispondere alla sua domanda. L’uomo accanto a me lascia il telefonino richiamato dalle voci dei due uomini; mentre lo guardo mi accorgo che tutta la sala d’attesa sta assistendo alla scena. Il signore esce dall’ufficio richiamato dalla moglie, dice qualcosa’altro che non capisco prima di andarsene.

L’uomo in divisa all’interno dell’ufficio pubblico continua a borbottare ad alta voce girando intorno alla sua postazione e cercando gli occhi dell’impiegata per condividere il suo risentimento. “Ma guarda un pò, roba da matti, voleva le informazioni e io gliele ho date. Ma guarda tu. E alza la voce pure. Che tornino al loro paese vah invece di venire qui!”.

Rimango impietrita. Nessuno dice nulla. Dentro sento ribollire il sangue. Ma non siamo in un pubblico ufficio? E quello scatto poi? “E noi continuiamo a farli entrare. Ma vedi tu…”. Non ce la faccio più e con un filo di voce dico: “Mi sembra che stiamo un pò esagerando adesso.”. Trovo il coraggio e alzo un pò di più la voce: voglio che il vigilante mi senta! “Passi rispondere ad una provocazione, ma le frasi di razzismo no!”.

A quella parola l’uomo accanto a me si volta; la moglie seduta due sedie dopo di me si sporge per guardarmi. Annuisce. “Razzismo” ripetono e dicono qualcosa in arabo. L’uomo inizia a raccontarmi la sua storia e i suoi quindici anni in Italia, mentre l’ufficio torna alla sua quieta cecità.