In fuga da povertà, disastri naturali e persecuzioni.Sono 26.500 i bengalesi arrivati via mare in Italia dal 2014 ad oggi, passando da violenze e detenzioni in Libia. Oggi, sono la seconda  nazionalità fra i richiedenti asilo. Fra loro, molti minori non accompagnati. Ecco le loro storie

di GIACOMO ZANDONINI

ROMA – E’ ancora buio, in quell’inizio di aprile 2017, e le onde battono rassicuranti sui fianchi della Golfo Azzurro, un vecchio peschereccio riadattato per soccorrere esseri umani. Sabratha, città portuale libica contesa da bande armate, è 22 miglia marittime a sud. I volontari di Proactiva Open Arms, l’ong spagnola che noleggia la barca, seguono minuscoli punti sullo schermo del radar. Appena il buio si dirada, i due gommoni appaiono all’orizzonte. Masum si regge al bordo scivoloso del più lontano, in attesa di essere portato al sicuro, su quella nave blu scuro che ondeggia dolcemente. Due mesi prima, camminava lungo le sponde dell’Arian Khan, il fiume che lo aveva visto crescere, nel mezzo del Bangladesh. Ora, schiacciato in mezzo a 120 connazionali, sente che un nuovo capitolo della sua vita è alle porte.

Tra violenze e raggiri. Come altri 8937 bangladesi arrivati in Italia nei primi 11 mesi del 2017, Masum è passato dalla Libia, da violenze e raggiri. Nei tre anni precedenti, quasi 17mila suoi concittadini avevano raggiunto l’Italia, sopravvivendo allo stesso viaggio. Un crescendo di cifre, rallentato a partire dalla scorsa estate, che ne fa il quarto gruppo nazionale fra chi è sbarcato, ma il secondo per numero di domande d’asilo, quasi 13mila. Una differenza dovuta a ingressi via terra o aria e alla tardiva registrazione di persone sbarcate nel 2016. Spesso però, la nuova vita dei bangladesi in Italia è lontana dalle promesse dei ‘dalal’, gli agenti che hanno facilitato, a suon di banconote, il passaggio delle frontiere.

Una scommessa contro la povertà. A otto mesi dall’attracco ad Augusta, dell’Italia Masum ha visto solo il paese in provincia di Viterbo in cui alloggia, in un piccolo centro d’accoglienza e, per poche ore, i dintorni della stazione Termini, a Roma. Come molti bangladesi, per finanziare la partenza dal paese ha dovuto vendere quasi tutto, e ora combatte per liberare la famiglia da un debito schiacciante. Tutto è iniziato con la malattia del padre, morto per un cancro quando Masum aveva 16 anni: “abbiamo preso un prestito per farlo curare, e quando ci ha lasciati ho cercato di lavorare, ma guadagnavo troppo poco, così mi hanno proposto di partire”. Il viaggio, pagato con ulteriori debiti e con la vendita della casa di famiglia, è una scommessa contro la povertà e contro gli effetti del cambiamento climatico.

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