Non più solo destinatari di articoli, proclami, ricerche. Oggetto di attenzione, a volte negativa, a volte positiva, ma pur sempre dipinti come passivi, incapaci o non legittimati a produrre e condividere narrazioni proprie. Non solo su loro stessi e sulla condizione dei rifugiati, ma anche su di noi: sulle nostre città, la nostra accoglienza, le nostre istituzioni.

Un progetto di peer reserach – promosso dall’Università di Parma e da CIAC onlus e coordinato da Martina Giuffré e da Chiara Marchetti, con il sostegno di Fondazione Cariparma – li rimette al centro. E proprio con loro si definisce il tema più specifico della ricerca, le questioni più urgenti da indagare, il modo migliore per approcciare le persone e farle sentire libere di esprimersi. Fino a quando si scriverà un libro, tutti insieme.

“Non sono nato rifugiato”, dice uno dei ricercatori. “E la mia identità è molto più grande di un’etichetta. Abbiamo sogni, aspettative, desideri di futuro. Come cittadini, non solo come rifugiati”. E questo percorso apre a nuove rappresentazioni e a una diversa legittimità nel discorso pubblico delle voci dei rifugiati. O si dovrebbe dire: di questi nuovi ricercatori.