Il caso trae origine dalla richiesta di protezione internazionale spiegata da una donna albanese costretta a lasciare il proprio Paese a causa delle gravi violenze subite dal compagno, tra cui percosse, lesioni personali e sequestro di persona. Inizialmente la donna si era fidata del compagno che aveva promesso che non l’avrebbe più picchiata, per cui non si rivolgeva alla polizia, anche per paura di una recrudescenza, ed all’ospedale in occasione delle medicazioni riferiva essersi fatta male cadendo.  Ma successivamente le violenze hanno assunto una gravità ed una frequenza tale da convincere la donna a superare le proprie paure e rivolgersi alle Autorità del proprio Paese le quali hanno approntato una tutela temporanea alla cessazione della quale le violenze e le minacce sono riprese indisturbate; Autorità che, tra l’altro, hanno contattato la stessa per convincerla a ritirare la denuncia. Successivamente la donna si è spostata presso dei familiari in Grecia, luogo da cui è stata costretta nuovamente a fuggire in quanto il compagno la stava raggiungendo. Giunta in Italia il compagno ha iniziato a minacciare lei e la famiglia della sorella che la ospitava. Successivamente, come appreso dai giornali, il compagno ha tentato di fare ingresso in Italia ma è stato respinto in virtù del divieto di reingresso connesso alle espulsioni che lo stesso compagno aveva “collezionato” in Italia.

La Commissione Territoriale ha respinto la domanda di protezione internazionale sostenendo che, nonostante la copiosa documentazione prodotta (fra le quali denunce sporte dalla donna in Italia e Albania, provvedimenti di protezione in suo favore adottati dal Tribunale albanese e articoli di giornale), le dichiarazioni rese dalla richiedente fossero generiche ed inattendibili.

Proposto il ricorso, con l’Ordinanza in commento il Tribunale di Bologna ha riconosciuto la protezione sussidiaria sulla scorta delle seguenti argomentazioni:

  • il timore nutrito dalla donna per la propria vita configura un danno grave;
  • il responsabile della persecuzione non è un soggetto statale, ma le Autorità dello Stato di origine, cui la donna si era comunque rivolta, non sono state in grado di fornire adeguata protezione;
  • anche le misure approntate in generale dallo Stato di origine in materia di violenza domestica e protezione delle donne non sono sufficienti e non hanno comunque applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale;
  • rilevano la corruzione dilagante nel Paese di origine e l’inadeguatezza delle misure approntate dal Governo per arginarla;
  • la violenza domestica nel Paese di origine rappresenta un problema diffuso, come riferito dalle fonti ufficiali (COI);
  • la Convenzione di Istanbul approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 secondo la quale gli atti di violenza contro le donne e la violenza domestica sono riconducibili all’ambito dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale.